Una frase lapidaria, trasparente, intellettuale quanto istintiva.
Sorrentino usa il suo genio ancora una volta per dimostrarci quanto le immagini possano sposarsi con la narrazione in un matrimonio fecondo che genera riflessioni e malinconie.
I detrattori parleranno nuovamente di formalismo e masturbazioni filosofiche,
I fanatici di fantastiche invettive e visioni catartiche.
L' essenza dell'opera omnia del regista napoletano finora è la drammaturgia.
Qui chirurgicamente ci ricorda l'innocenza dei primi amori intensi e unici di fronte alla miseria che ci attende negli anni avvenire. Lo fa come sempre con trabochetti intellettuali e con liturgie enfatizzate. Ma gli riesce sempre con maestria indiscutibile.
Lascio ad altri le osservazioni su Napoli e dintorni, il riferimento del titolo vale il percorso già di per sè, rimanendo estasiato ancora una volta per il talento sprigionato da questo pensatore così cristallino prestato al mezzo cinematografico.
Acqua azzura, acqua chiara. Un Mogol partenopeo.
Per arrivare al coinvolgimento e alla farsa come sempre sceglie accuratamente il cast che in primis si affida ad una nuova, giovane, attrice magnetica. Ma la spada ed il fioretto sono in mano ai personaggi interpretati da Lanzetta e da Orlando.
La grande bellezza continua con meno boria ma più malinconia e dolore. Un dolore mascherato ed allontanato che continuamente si riaffaccia in una lunga, tortuosa malinconia presente negli occhi della straordinaria protagonista.
Il più grande regista vivente, un intellettuale, ha raccontato la politica con Andreotti ed il Cavaliere e il buon, cattivo costume con il suo film premio Oscar, continua il suo percorso con uno stile unico, inconfondibile. Uno stile che divide come capita ai grandi. L'importante è che continui a parlarsene.
Parthenope. "La bellezza è come una guerra, spalanca le porte".
Con te caro Ennio se ne va un pezzo importante del mio cammino lavorativo.
Come ogni uomo sei stato prima figlio, poi compagno e padre. Per me sei stato un collega, un esempio, un amico, un riferimento.
Quando iniziai la mia avventura nel cinema cittadino, dopo il corso per acquisire il patentino da proiezionista a Milano, fui tu ad accogliermi e ad insegnarmi il lavoro.
Sei stato amato da tutti per i tuoi modi semplici, diretti, spontanei.
Avevi sempre una parola buona per ognuno e quando brontolavi lo facevi con grazia, senza veemenza o rabbia. E se raramente capitava dimenticavi facilmente.
Abbiamo vissuto anni felici con le sale gremite, doppi spettacoli serali in settimana, la pellicola che ogni tanto s'inceppava con gli spettatori ululanti in sala.
Quante persone abbiamo conosciuto, quanti personaggi strambi che ci strappavano un sorriso, le lunghe code da fronteggiare al botteghino, le ronde in sala per mantenere il pubblico calmierato. Era la mia passione e tu mi hai sempre aiutato a coltivarla, spronandomi a crescere.
Per entrambi purtroppo non è andata come allora pensavamo, speravamo.
Io ho provato a fare il passo diventando esercente con altri soci ma dopo solo due anni ho provato sulla mia pelle quanto il carrozzone costava e quanto era cambiato, seppur non ancora stravolto dal Covid e dalle piattaforme casalinghe. La fine per me di un sogno, la caduta degli dei.
Per te il conto è stato da subito piu'salato. La pensione come prefigurazione di una serenità guadagnata sul campo si è ben presto trasfigurata in un cammino sempre piu'complesso con i problemi fisici che ti assilavano. Fino ad oggi, il viale del tramonto.
Cullo ora i ricordi di quando dopo l'ultimo intervallo serale, ripulito il bar, sedevi accanto a me sfinito dalla giornata lavorativa mentre io mi rilassavo con la lettura di un libro o di una rivista. A volte ti appisolavi, altre mi ascoltavi raccontare storie locali, o della nostra amata Signora o delle biciclette che tanto ti appassionavano.
E la volta che la folla ad una premiere di uno dei capitoli de "I pirati dei caraibi" ha premuto verso l'ingresso facendo esplodere letteralmente una porta vetrata ferendoti in piu' punti; un martire del cinema ti sfottevamo nelle settimane seguenti.
Il tuo amore per i western ed in particolare le sparatorie; le numerose occasioni che ti sacrificavi in presenza nella hall per mandarmi a mia volta a rivedere inummerevoli volte scene di film che mi piacevano o trovavo interessanti.
La volta che in cabina all' Odeon il proiettore dove era montato il primo tempo del film invece in automatico di fare il riavvolgimento sulla bobina come da procedura, lo fece fuori dai rulli ammassando in una caotica bellezza una metratura straordinaria di pellicola sul pavimento. Una scena di rara bellezza che sul momento divenne paurosa per il sottoscritto che non riusciva a raccappezzarsi su ciò che doveva fare per recuperare il tutto senza compromettere la proiezione tra graffi possibili e sporcizia nei fotogrammi.
Tante piccole avventure che riaffiorano oggi nella mia memoria grazie purtroppo alla tua prematura dipartita caro Ennio.
Ti ringrazio per la tua dolcezza ed il tuo sorriso timido.
Avrei tanto voluto vederti un'ultima volta per ricordare i tempi che furono; lo abbiamo fatto telefonicamente negli ultimi anni, ma non è la stessa cosa.
La carezza che non ti ho dato in quest'ultimo periodo la darò nei prossimi giorni a Laura, Gilberto e Giulia che tanto hai amato e voluto bene.
E ad Agostino, il tuo grande amico, a mia volta collega, borbottone di prim'ordine dal cuore d'oro come te. Per noi Bang Bang, nominato così da quando si fermava continuamente a fine proiezione a canticchiare piu' sere consecutive l'omonima canzone nei titoli di coda di KILL BILL 1...
Grazie Ennio per essere stato parte della mia vita; hai rappresentato e rappresenterai sempre un periodo straordinario ed irripetibile dove il lavoro era proiezione dei nostri sogni. Non c'erano festività nè weekend per noi ma c'era tanta soddisfazione nel regalare cortesia e accoglienza ai clienti occasionali o quelli abituali.
Gli anni dell'inizio della mia formazione cinematografica, in primis grazie alle vhs.
Questa sera, come spesso accade nell'ultimo periodo, al canto delle sirene delle varie piattaforme cedo volentieri all'amarcord nostalgico della mia adolescenza.
Ma tranne pochi casi, in cui il mio sguardo si trova disorientato, o stravolto dall'esperienza visiva pregressa o ancor peggio regressa, ritrovo sempre il calore di ciò che mi ha permesso d'innamorarmi di questa magnifica passione.
Potrei citare ALIEN, BLADE RUNNER, INDIANA JONES, RITORNO AL FUTURO, GREMLINS tanto per far comprendere le basi di ciò che si è trasformato negli anni in approcci sempre più stratificati ed impegnativi con cinematografie altre, oltre.
Ma la mia riflessione odierna non verte sul film in sè, cult quasi istantaneo, ma sulla libertà creativa di quegli anni, che ha plasmato i cinquantenni di oggi promettendo un futuro che si è rivelato un passato senza futuro.
Queste pellicole, niente digitale ovviamente, rispondevano ad un mercato totalmente diverso da quello di oggi senza la perversione degli algoritmi imperanti ed il tramonto delle sale cinematografiche. Era indubbio che allora la produzione avesse tempi dilatati, i registi una libertà più flessibile e la società un ottimismo poi rivelatosi eccedente.
Ma questi fattori hanno creato i pressuposti per una cinematografia sognante americana senza paragoni nella decade precedente e con pochi seguiti in quella successiva. Oggi sembra veramente fantascienza. E si guarda alla maggioranza di quei registi non più come a mestieranti ma come autori.
I GOONIES sono un esempio perfetto di equilibrio di quel felice periodo partendo da una storia lineare, avventurosa con inserti fantasy, illuminata da una troupe di giovani attori credibili e carismatici. Il tutto baciato da un ritmo travolgente, un minutaggio esemplare ed un happy ending ottimista.
Un trionfo di speranza e di buonumore che oggi ci sogniamo.
Oggi che il cinema in sala fatica, oggi che i film durano mediamente più di due ore, con avvertibili buchi di sceneggiatura o lungaggini rutilanti.
Con il paradosso che si sfornano continuamente remake aggiornati ma sempre deludenti ed appiattiti rispetto gli originali con un saccheggio sistematico dell'immaginifico degli anni '80; "Stranger thing" è l'emblema di ciò che voglio esprimere.
Quando riesce bene è godibile ma mai come il prototipo ma quando va male il political correct prende il sopravvento soffocandone l'essenza.
Tralasciando la regia, che se non è invisibile, quindi funzionale, diventa tronfia o slegata dalla sceneggiatura, sempre o quasi povera di spunti, quindi banale.
Lo spirito di queste opere viene sistematicamente tradito, violentando la semplicità di un racconto che veniva colto dal grande pubblico senza un approccio snob, con la bravura di creare mondi accessibili a tutti, senza rinunciare alla stratificazione delle tematiche coivolte.
Una libertà creativa che oggi è calpestata sistematicamente dall'industria dell'intrattenimento sempre più attenta a far quadrare i bilanci e a trasformare i contenuti rendendoli facilmente riconoscibili e masticabili in una sorta di fast food visivo globale.
Sono veramente grato di essermi formato nei decenni che vanno dagli 80 ai 2000 perchè mi rendo conto ora della grande fortuna di aver assimilato cinema, musica e letture che hanno segnato il mio gusto dandomi la possibilità di scoprire man mano le decadi precedenti con rinnovato spirito e nuovo sguardo.
Ma ciò che vedo e ho visto negli ultimi anni mi sta allontanando dai miei interessi;
salvo poi ritrvarmi con i miei amori giovanili o seguenti per sognare ancora una volta sul grande o piccolo schermo.
Qualcuno penserà sia crisi di mezza età ma personalmente sono convinto sia crisi di questa società sempre più ancorata ad una concretezza sterile, mentre le radio suonano canzonette banali, le tv raccontano zuffe da quartiere, amori di secondamano, gli schermi vomitano fiction spacciate per opere meritatorie.
La realtà è che si stava meglio quando si stava peggio.
Doveva capitare ed ecco che per la prima volta in questo umile e scarno blog vado a recensire una serie tv; permettetemi un piccolo, immenso amarcord rimembrando quando quasi 20 anni fa attendevo ogni settimana la messa in onda della nuova puntata di LOST per poi passare in poco tempo alle versioni piratate con sottotitoli. L'inizio di una nuova era che oggi grazie alle nuove piattaforme, Netflix in pr imis, ci permette di avere una quantità di prodotto quasi inesauribile. Ma la qualità? Si stava meglio quando si stava peggio? Domandona... Vero? Credo sinceramente che la quantità sia dannosa quasi sempre alla qualità ma da un punto di vista finanziario in un mondo caotico quale quello attuale non ci sono alternative a riguardo. Riprendiamo l'esempio di Lost; uno spartiacque divenuto cult che ha potuto generare profitti tra il canale diretto, le vendite di dvd prima e di blu-ray poi. Oggigiorno vale solo il primo passaggio perchè il supporto fisico è pressochè inesistente o in mano ad una nicchia di fruitori che aspettano forse una rivalutazione stile vinile.
Negli ultimi anni gli algoritmi intelligenti e furbi delle varie piattaforme hanno lavorato per creare prima delle aspettative poi un gusto. Complice il Covid la maggior parte delle produzioni cinematografiche si sono fermate o ridimensionate. La sala ha subito una fase di arresto mentre la fruizione casalinga ha beneficiato di un trend già in crescita grazie ad un offerta sempre più numerosa con un costo maggiormente accattivante. Il sogno di ogni consumatore a km zero; pagare poco avendo molto. In più con la possibilità quasi sempre presente di condividere gli account. Risultato? Tutti a casa a fruire una nuova babilonia su schermi grandi o giganti a discapito della qualità settata in fase di acquisto o dell'offerta sì impressionante ma poco arricchente. Ecco a fiumi riversarsi nuovi film vedi e dimentica piuttosto che serie che possano abbracciare ogni nicchia possibile di pubblico reticente. Fenomeni come Squid Game per intenderci. O serie dove trovare volti riconoscibili, dello star system tradizionale, dove riconoscerci e venire traghettati in un nuovo territorio più simile ad un limbo. Tremo ora all'annuncio delle prossime serie in cantiere su Alien o su Blade Runner. Ci saranno eccezioni in questo ingranaggio ben oliato che governa i loro danari e le nostre visioni, ma il dado è tratto da un punto di vista, il mio.
In questi ultimi, lunghi, anni ho goduto di poche serie televisive veramente interessanti o comunque meritevoli di attenzioni. Tralasciando i titoli storici tra cui il sopracitato Lost, Soprano, Breaking Bad mi hanno colpito produzioni passate in secondo piano. Eccomi qui a dirvi di vedere e godere di questo piccolo gioiellino che in 7 puntate 7 riesce ad essere un horror inquietante, non molto per ciò che fa vedere ma per ciò che fa percepire. Un lavoro certosino sull'ambientazione, sui personaggi incredibilmente scritti, sui dialoghi straordinariamente equilibrati e ficcanti. Mi ha fatto venire in mente una serie che se non avete visto dovete assolutamente recuperare: "LEFTOVERS".
Nelle loro imperfezioni ci parlano di noi, della nostra continua ricerca di qualcosa oltre il quotidiano, della speranza che possiamo, dobbiamo coltivare contro ogni avvenimento avverso. Una prova di coraggio verso l'ignoto, quello che picchia duro senza compromessi. Come non citare un'altra straordinaria serie sempre di Netflix divorata da poco: "DARK"; produzione tedesca, tre stagioni, splendida.
Che siano viaggi post atomici, viaggi dell'anima, viaggi nel tempo, queste tre produzioni per il piccolo schermo sono le visioni più belle che ho potuto godere ultimamente, in momenti diversi. Sicuramente ce ne saranno altre nascoste tra gli algoritmi, le ricerche, i cataloghi. Bisogna essere esploratori, non cadere nelle trappole del consumo, dedicare tempo o cercare di risparmiarlo per cose che ci accendono una scintilla.
THE LEFTOVERS. DARK. MIDNIGHT MASS.
In ordine temporale. Gli algoritmi lasciamoli a chi ha tempo da sprecare.
A24, ok ora si capisce bene l'operazione. Per chi non la conoscesse questa piccola casa di produzione statunintense è l'artefice di molti titoli stranianti ed interessanti degli ultimi anni tra cui gli horror "VVITCH" e "MIDSOMMAR" e il pastiche "DIAMANTI GREZZI" con Adam Sendler. Un trittico imprescendibile per chi è schiavo degli algoritmi delle piattaforme odierne sempre più misere e fagocitanti.
Difficile non rimanere affascinati da quest'opera così compiuta, rarefatta, curata maniacalmente grazie al supporto degli effetti visivi e sonori, a loro volta creati dalla Weta di Peter Jackson e dalla Skywalker Sound di Lucas. Finalmente effetti creati per la narrazione, non per soffocarla o soppiantarla; oltre alle creature qui regnano le ambientazioni che rispecchiano il viaggio e la ricerca di un cavaliere senza "testa" che scopre nel percorso di avere un coraggio tanto misurato dall'intelletto quanto umano, quindi ondivago.
La storia è benservita trattandosi di un racconto del ciclo arturiano adattato in modo diretto senza sbavature nè lungaggini; più del narrato ci si perde nel visto, percepito. Una lezione di stile che non stanca, che affabula, che mantiene una coerenza espositiva fino all'ultima inquadratura. Più vicino a "Excalibur" di Boorman l'opera di Lowery asciuga il plot dando spazio all'immagine attraverso un ritmo cupo, medioevale per stereotipo, per arrivare ad essere luminoso solo negli squarci naturali esterni, in opposizione agli opprimenti interni abitati da spiriti viventi o morenti.
Una pellicola interessante che colma un vuoto per gli spettatori odierni stufi di effetti senz'anima quanto di manipolazioni fantasy con derivazioni predigerite e imbolsite da durate improponibili nelle serie televisive dedicate. Qui si gioca senza sconti con passaggi criptici e visioni tormentate. Non probabilmente per tutti, ma sicuramente una rielaborazione moderna di un classico. Un gioco che ha in palio una testa ma il viaggio può cambiare sia il gioco che la testa.
P.S. Guardate un pò da Sir a Sir chi nel 1984 impersonò il cavaliere qui tanto meno verde... Produzione Cannon Films!
"Nolan è bravo". Nolan è tra i migliori cineasti in attività, se non il migliore. Nolan è abile a manipolare il Tempo. Nolan crea attesa. Nolan ama il cinema. E noi cinefili amiamo Nolan. Nolan difende il cinema. "Bravo è Nolan".
Fare le pulci. Che siano, metaforicamente parlando, le opere di questo straordinario cineasta britannico elefanti, orsi o leoni a noi cinespettatori agguerriti non rimane che spulciare il pelo. Il resto è pelliccia che scalda e al tatto dona una sensazione benefica. Purtroppo sempre più una sorta di coperta di Linus in questi tempi bui ed avari di opere memorabili. Lode quindi a Nolan per cercare di mantenere una sua visione cambiando le carte in tavola. Chapeau.
Se per il sottoscritto, senza citare i film precedenti, INTERSTELLAR era un elefante e DUNKIRK un leone, in questa nuova impresa filmica ci vedo una figura mitologica inventata che coniughi la velocità e maestosità del felino durante la caccia con la letargia invernale dell'orso. Il risultato è un'opera che seppur nella sua armonia artificiosa spicca nella sua azione piuttosto che nella sua logorrea. Un elegante messa in scena senza tempi morti sposata ad un dialogo costante borioso e stancante. In sintesi un falsopiano tra regia e sceneggiatura. Ma trattandosi di un regista del suo calibro tutto rimane in un equilibrio instabile che si divincola internamente ed eternamente partorendo, al solito direi, un meccanismo vicino alla perfetta chiusa del suo personale, ideale viaggio. Per quanto mi disturbi in Nolan ci si perde sempre in un bicchiere d'acqua. Naturalmente in una Perrier.
Un ottimo film d'azione, una problematica opera concettuale. Attori sacrificabili per un meccanismo artificioso che rimanda ad un continuo congegno matematico. La fisica logicamente non è un opinione. Quindi grandi pipponi interstellari ma pur sempre pipponi. Lunga vita a Nolan nella speranza continui il suo percorso intriso di continua ricerca stilistica e di sostanza materica. A me sinceramente importa che questo cinema esista a prescindere dai gusti del momento o dall'analisi corale della filmografia precedente.
Per chi vuole approfondire le tematiche in parte sfiorate da questa narrazione rimando a questo link in gran parte esaustivo:
Come mi ha ben detto un mio caro amico appassionato una pellicola accolta all'uscita con numerose spiegazioni cervellotiche affini ma che con la visione successiva si è rivelata nella sua verbosità semplice e lineare una volta scoperto l'inghippo. Inutile sottolineare ancora la maestranza di Nolan nel mostrarlo visivamente; rende "lineare", ovvio, ciò che non lo è. Certo che per chi come me ha da poco visto DARK su Netflix qui mi pare un racconto di Rodari a confronto.
Nolan è bravo. Bravo è Nolan. W Nolan! Fare le pulci a Nolan... Invertiamo la recensione?
Vago stanco e demotivato per il deserto del Gobi in cerca di acqua fresca e di un oasi di piacere estemporaneo. Ed ecco che mi si presenta inaspettatamente un chiosco che sa di miraggio, che mi offre insperate granite succulente o la famosa birra ghiacciata che ogni maratoneta ambisce a fine corsa.
Ecco la mia reazione dopo mesi di algoritmo di Netflix alla visione di questa straordinaria opera figlia di un geniale comedian. Innanzitutto non conoscevo l'artista e non sapevo nulla di ciò che stavo andando a vedere cliccando sul tasto del telecomando. Che sensazione inappagabile in questi tempi dove tutto è gridato, commentato, sottolineato, fagocitato; ma è anche possibile che semplicemente fossi distratto e che il perfido algoritmo non mi abbia impiattato il menù come solitamente intavola. Anche se quando ho aperto la scheda mi diceva che al 99% era in linea con i miei gusti passati di numerose visioni sulla piattaforma. Orwell. 1984.
Non scriverò nulla su questo incredibile viaggio di 90 minuti dentro una stanza, dentro una mente, dentro una psiche, dentro un disagio, dentro il lockdown, dentro sè stessi. Bisogna avere il tempo, la voglia e la pazienza, a tratti, di completare il viaggio. Perchè merita eccome. Perchè in un mondo visivo fortemente globalizzato, quindi governato dalla fredda tecnologia e dall'appiattimento dei gusti, questa cosa esplode come dinamite pura. E sappiate che non è una questione se Burnham sia un genio o meno, ma è il fatto che ogni tanto un buon corto circuito è appagante se non addirittura necessario.
Senza continuità di logica a tratti mi ha ricordato per diversi motivi, immagino prettamente personali, tre esperienze visive del passato. ARIRANG del compianto Kim Ki-Duk, IO SONO QUI! con Joaquin Phoenix e tutto o quasi Gondry, il suo cinema, la sua poesia surreale.
Bo Burnham! Chi sei? Io chi sono? La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili...
"Che cosa resterà di me? Del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?"
MESOPOTAMIA
Chissà se a Franco Battiato questa opera cinematografica sarebbe piaciuta?
Il cantautore siculo lascia un Vuoto che dopo giorni stento a metabolizzare.
Voltandomi indietro scopro di averlo sempre avuto al mio fianco fin quando da bimbo festoso per i mondiali di Zoff, Tardelli e Cabrini il cuccurucucù paloma inneggiava nel caldo soffocante della bolgia madrilena.
Poi il misticismo e la preghiera che mi spronarono a scoprire Daumal, Guènon, Gurdjieff e i sufisti.
La compagnia di Sgalambro che mi spalancò la porta dello spavento supremo, ancor oggi incantato da una ricerca musicale e meta testuale unica nel suo genere.
Le cover in tarda età riarrangiate con rispetto ma muscolarità tanto da renderle vive e pulsanti; fleurs capaci d'illuminare parte delle mie mancanze.
Chiude il cerchio il ritorno al Fetus, opera primordiale d'impatto spiazzante riascoltata oggi nel marasma contemporaneo.
Un ricercatore instancabile, superbo che con maniacale conoscenza musicale ha forgiato il mio gusto sperimentale e dettato quello letterario, spirituale.
Battiato avrebbe apprezzato o meno questo film o lo avrebbe degnato solamente di una delle sue famose battute fuori tempo apparente?
Poco importa o niente è come sembra?
L'opera di Tamhane è straordinaria per molti motivi; a partire da ciò che racconta, dalla musica che suona, dalla dedizione che ottempera, da quello che rinchiude in un finale inaspettato.
Ancora una volta il cinema asiatico con equilibrio e coraggio detta la linea.
A noi spettatori l'arduo compito di difenderlo, diffonderlo per resistere alle sirene mai come ora mediocri dei prodotti occidentali schiavi degli algoritmi.
Lode all'inviolato.
Sitar in sottofondo... Voce che gorgheggia... Un oceano di silenzio.
" S'alza il vento! ... Tentiamola la vita!" Paul Valery
Dall'ultimo lungometraggio di Miyazaki allo splendido ultimo Pixar.
La Disney osa ancora una volta e vince una scommessa proibitiva sulla carta. Come ed ancor più che in Coco il rapporto tra vita, morte e rinascita tesse un poema malinconico e dolce verso la comprensione più semplice e gratificante della Vita.
Come ci ha abituato dagli inizi grafica, tecnologia e storia fanno a gara per raggiungere un equilibrio di forma e sostanza che possano essere ugualmente intrattenimento per famiglie con chiavi di letture immediate o stratificate.
Rispetto ai predecessori per la tematica trattata e per il disperato messaggio di fondo, in realtà questa perla è meno giocosa e allegra per lasciare spazio ad una forte sensazione di smarrimento e riflessione.
Non mancano le rappresentazioni gioiose e animate ma il peso è volutamente sulle spalle del protagonista che non rapisce per empatia ma volutamente ci porta ad un finale dove tutti noi possiamo facilmente identificarci.
Qui regna sovrana la straordinaria facilità di scrittura della casa delle idee tanto da centrare in una sequenza memorabile l'essenza del nostro vivere, al pari del ricordo della vita di coppia del nonnetto di UP.
Magia pura che ancor più potente accarezza l'anima in questo periodo così difficile per la nostra società smarrita; fermarsi per vivere appieno le fortune passate e presenti per poi ripartire con consapevolezza.
Un'opera animata molto buddista in linea con la poetica dello studio Ghibli, con la forma occidentalizzata del gusto della casa di Topolino.
Sfortunatamente assente nella sala cinematografica, fortunatamente presente in streaming.
Sarà una partita ancora lunga e dagli esiti non scontati ma il grande schermo sarà necessario per le pellicole più adatte mentre i canali casalinghi permetteranno la fruizione, quindi la continuità, della fabbrica dei sogni.
Fatevi un regalo in queste giornate di festa; accogliete lo spirito natalizio rincorrendo i vostri sogni, le vostre speranze senza dimenticarvi di assaporare il il cammino per raggiungerli. In quello si celano i segreti del nostro umano sentire.
Altrimenti nulla sarà servito se non ad ossessionarvi e a fare del male a voi stessi e ai cari che vi circondano.
Siate più Jazz e meno Blues o per lo meno più Soul...
“Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Lascerò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Solo io ci sarò.”
Si può parlare di un'opera cinematografica partendo dal solo trailer?
Domanda sibillina e poco importante quando la materia di partenza è così pregnante e delicata al momento stesso.
Per gli appassionanti del genere e i cosidetti nerd il mondo di Dune non è un luogo ma un mito; al pari degli spazi remoti ma famigliari di Star Wars piuttosto che gli universi sconosciuti ed ammalianti di Star Trek.
Dove fatica la mente arriva il cuore.
Raramente le due cose coincidono regalando empatia e godimento.
Il libro aprì le porte per ad un trip indimenticabile tanto da dare fama e successo al suo autore per le decadi seguenti, generando capitoli successivi interessanti ma privi del fervore iniziale.
Quando De Laurentis, detentore dei diritti per la trasposizione cinematografica negli anni '80, chiamò Lynch alla guida dell' astronave tutti i cinefili si unirono ad un'attesa spasmodica che generò una mediocre delusione. Non fu una caporetto ma le incomprensioni tra i due caratteri partorirono un'opera ben inferiore alle attese. Dopo che si accarezzò qualche anno prima la follia di dare in mano lo sviluppo del progetto allo sciamano Jodorowsky con la sua pletora di nomi illustri tra cui Orson Welles nei panni del duca Arkonnen e un certo Salvador Dalì...
Eccoci al presente con l'imminente rifacimento per mano di quell'altro folle canadese che ha osato mettere mano nientemeno che al sequel di Blade Runner.
Probabilmente faticherà al botteghino, quasi sicuramente non rinverdirà la fortuna del romanzo. Ma abbraccerà i fan di primo pelo e di lungo corso con un lavoro certosino, con pochi o minimi tradimenti e con rigore stilistico a cui il regista ci ha abituato da tempo.
Sarà una sorpresa o meno e ci darà la possibilità di osannare questa ennesima esperienza o criticarla ferocemente ma in questo momento così sterile per il cinema di genere mondiale è sicuramente il film da attendere con passione e fervore. Lunga vita a Villeneuve, ai Fremen, agli Atreides, a Dune e a ciò che ha rappresentato e rappresenta.
Le opere importanti resistono nel Tempo e si trasfigurano in nuovi mezzi ed immagini secondo la moda del momento non perdendo la carica eversiva della narrazione.
La Gilda è intorno a noi ma chi possiede la conoscenza può ambire a sovvertire le regole e creare un futuro più prospero e roseo per questa umanità sempre meno umana.
Herbert come Tolkien e Dick hanno tracciato decadi fa un solco con le loro opere monumentali. Non ci resta che rendergli onore rileggendole, condividendole e cercando la luce in mondi così differentemente oscuri.
Notizia di questi giorni pandemici lo straordinario successo on demand del secondo capitolo di questa pellicola di animazione del 2016. In sintesi, causa sale cinematografiche chiuse, la Universal decide di far slittare le date di quasi tutti i suoi film in uscita tranne tre. Con un costo che si aggira tra i 15 e 20 dollari negli Stati Uniti e di 15 euro da noi si noleggia la pellicola e la si tiene disponibile 48 ore per ulteriori visioni dopodiche' sparisce dalla piattaforma. Risultato: nelle ultime cinque settimane TROLLS WORLD TOUR incassa piu' del primo capitolo rimasto nei cinema mondiali ben cinque mesi...
Questo dovuto anche al fatto che mentre nella filiera tradizionale del cinema gli esercenti trattengono il 50% circa del costo del biglietto ovviamente per le piattaforme il produttore arriva a guadagnare l'80% abbattendo i vari costi pubblicitari e fisici. Pensate a questo punto alle sale tradizionali riflettendo sul fatto che al biglietto di circa 8 euro medio intascano 4 euro dai quali sottrarre i costi vivi quali personale, climatizzazione, manutenzione, tasse.
Ovvio che i ricavi che molte volte tengono a galla i vari locali derivino dal bar, dai tanto amati/odiati pop corn e le bibite gassate.
La famiglia tipo al cinema vede alleggerirsi il portafoglio velocemente tra entrata e sosta leccornie.
La stessa famiglia a casa paga la metà tra noleggio e vettovaglie da supermercato.
Considerando poi che per i bambini il fascino del grande schermo o della sala buia può quasi sempre essere bilanciato da un 55-65 pollici con home theater annesso il gioco è fatto o quasi. Vedremo dopo la pandemia come si trasformeranno i cinema, partendo dal fatto che molti chiuderanno.
Un settore negli ultimi anni già altalenante e sofferente che ha abbassato le saracinesche prima di altre attività durante il Covid e riaprirà chissà quando e in che modo. In piu' per aumentare le difficoltà tutti i film di cartello senza date di uscita certa.
Si rischia di aprire le sale dopo l'estate senza titoli di richiamo. Una carneficina alle porte?
AMC, la piu' grande catena cinematografica del mondo ha risposto a questo successo on demand bloccando le uscite future della Universal. Nelle ultime ore pare ci sia un'apertura tra i due colossi ma è indubbio che la fruizione dei materiali visivi sia ancora una volta in divenire.
Dalla sparizione dei supporti fisici in avanti la sala cinematografica è stata data per morta, riuscendo invece a resistere trasformandosi o semplicemente accogliendo le richieste di pubblico sensibile alla magia del grande schermo.
Bisognerebbe ulteriormente interrogarci sul numero di schermi Imax negli Stati Uniti piuttosto che dei cinemini culturali in Francia. Qui da noi per mancanza d'investimenti piuttosto che per pigrizia culturale non si è riusciti a tenere il passo, sopravvivendo a macchia di leopardo con poche sinergie in campo.
Pare poi che AMC sia vicino alla bancarotta... Vedete quanto complesso sia il quadro... Difficile immaginarsi un futuro per questo settore che vive di blockbuster, ma finanzia in Italia a pioggia opere prime e seconde discutibilmente culturali attraverso contributi a fondo perduto; ottima soluzione se ci fossero controlli adeguati e se si riuscisse ad aiutare le sale che devono poi proiettarle questi film.
Quanta tenerezza fanno pensare ora Nuovo Cinema Paradiso o i maestosi decenni di Cinecittà.
Ma TROLLS? Con il seguito che ora trionfa nelle case delle famiglie costrette in quarantena, mi sono chiesto come mai il primo film avesse avuto così poco successo rispetto ai competitor di genere.
Lasciando da parte la Disney, che pare non sbagliare un colpo anche se la qualità inizia a dare segni di stanchezza,la Dreamworks non mi sembra così marcatamente ambiziosa nella narrazione e nella grafica, "Dragon trainer" a parte. Per quale motivo un caleindoscopio colorato di pupazzetti divertenti e creativi non hanno sbancato al botteghino? Forse la finestra d'uscita piuttosto che il lancio commerciale o ancora il poco appeal.
Fatto sta che questo gioiellino d'animazione ha tutte le carte in regola per piacere a grandi e piccini con tanto di storiella semplice ed educativa. Novanta minuti senza una scena in eccedenza per una sintesi variopinta di ottimismo e gioia in campo per sconfiggere l'apatica grigia quotidianità degli zombi mangiatrolls.
Il tutto condito da personaggi canterini che regalano momenti felici tra motivetti originali e cover di brani famosi. Un quasi musical animato di tutto rispetto; un'avventura glitterata che mette di buonumore anche i più borbottoni.
Ed il futuro del cinema? Si vedrà come cambierà sperando in una centralità della sala mediata da offerte streaming; una sfida già iniziata anni fa con le tv smart e le piattaforme che pare oggi entrare nel vivo.
Personalmente mi auguro di continuare a gustarmi pellicole su Netflix e poter godere nello stesso tempo della magia del grande schermo.
Vedere "The Irishman" in sala è stata una goduria ma rivederlo a casa è stato altrettanto piacevole.
Certo vedere "1917", ultima mia presenza in sala, sullo schermo piatto casalingo può avere un impatto ben diverso... Qui torniamo al passato.
Il cinema sopravviverà nelle sale per chi vorrà premiare una sensazione totale più che una fruizione parziale.
Ma non è detto che basti.
Lunga vita al cinema in sala, in tv, sulle piattaforme, nel piccolo, grande schermo, tra un click e l'altro, tra una lettura e uno sbadiglio, tra una telefonata e un messaggio.
Da duro e puro spero, immagino, fantastico che si possa ancora godere di un classico nei circuiti adibiti grazie anche al cinepanettone di turno o al blockbuster americano programmato sistematicamente.
Una grande famiglia piange sempre un parente vicino o lontano che perde per strada.
Sogno come nel secondo Gremlins tanti Trolls al cinema che prendono il sopravvento cantando in falsetto improbabili melodie da groupie in disarmo.
Tutto scorre.
A 24 millimetri, ancor più a 25...
La grande guerra.
Mio nonno materno, cavaliere del '99, come erano chiamati i giovani nati nel secolo prima e divenuti maggiorenni in trincea, la visse in prima linea soppravvivendo fingendosi morto in mezzo ad una pila di cadaveri amici.
Mio nonno Pietro morì quando io avevo 3 anni; non feci tempo a sentire narrare questa ed altre vicende inerenti il conflitto ma rimasi sempre colpito, affascinato, sedotto da questo racconto. Io che non ho neppure fatto il militare, che non mi è mai mancato un piatto pieno in tavola, che non ho mai patito il freddo dell'addiaccio. Io che forse sono stato fortunato a crescere alla fine del secolo degli orrori. Io che fatico oggi a riflettere su ciò che è stato perchè nel qui e ora tutto va veloce, senza direzione, senza anima; l'età dell'abbondanza.
Se la seconda guerra mondiale ha lungometraggi importanti e famosi che l'hanno raccontata a partire da Spielberg, Polanski, Malick, la guerra precedente ha meno impatto sullo schermo anche se basterebbe Kubrick a riequilibrare la schermaglia. Un plauso quindi a Sam Mendes per aver riportato con forza il primo conflitto mondiale nei cinema, aggiornandolo con la migliore tecnica della nostra epoca.
Mi permetto solo di ricordare, per dover di cronaca, una piccola gemma di casa nostra riguardante il tema che uscì qualche anno fa; la gelida trincea e lo spirito cameratesco di una pellicola di un grande maestro come Ermanno Olmi, noncurante della sua età anagrafica: "Torneranno i prati".
Tutto passa, l'orrore, il sacrificio, l'angheria, la belligeranza per lasciare spazio alla forza della natura, del tempo, dell' oblio. Dove sono morti uomini, animali, piante, terra, rifioriscono i prati con ciò che potranno far crescere in quel momento. Tutto passa... Ma a quale prezzo?
Ritorniamo al blockbuster di Mendes, perchè di questo stiamo parlando prendendola alla larga. Di un'opera pensata per il botteghino ma con mire di altro tipo. Qui per mio conto vi è il cuore del dibattito tra chi apprezza e chi storce il naso. Ma credo sia un falsopiano; una trincea poco fangosa alla quale succede una prateria verde di speranza, rispedita indietro da un aereo nemico in collisione mentre una solitaria mucca pascola indifferente.
Tutto parte dai ricordi del nonno del regista ed il materiale raccolto forma una sceneggiatura che trasforma un viaggio tra le linee nemiche in un tour de force per evitare una trappola ben congegnata dai maledetti tedeschi.
Pur non essendo ancora nazisti il film non fa mistero, grazie ai capitali della Dreamworks di Spielberg, di rappresentarci il nemico senza sfumature mentre gli inglesi paiono quasi sempre più italiani brava gente...
Non c'è tempo per soffermarsi su queste quinsquillie perchè il pregio della visione sta nella velocità degli accadimenti, nella densità dei fronti toccati. Qui si erge come un monolite la capacità del regista di ricreare diversi fronti, diverse battaglie, diverse sfide che pennella con differenti scelte tecniche, fotografiche ed artistiche.
Partendo dalla sfida più grande, ovvero la scelta straordinaria e mostruosa di far percepire allo spettatore un unico, lungo, interminabile, incredibile piano sequenza per l'intero arco narrativo.
Una sfida vinta in toto. Un monumento titanico al cinema d'oggi e di sempre.
Va bene Innaritu con "Birdman" ed altri straordinari piani sequenza della storia del cinema, Orson Welles docet, ma scegliere questa particolare tecnica di ripresa per un film d'azione, sempre in location esterne, con la videocamera attaccata al protagonista è una vera sfida contro sè stessi.
Un plauso ed una standing ovation a Mendes per la pazienza, la passione, la volontà di cullare e realizzare comunque un'opera che rimarrà negli occhi degli spettatori a lungo. Chapeau.
Questa peculiarità è preziosa, vivida, travolgente. In una parola sola è cinefila.
Ed è importante focalizzarla perchè anche se è esibita ed esplicita rischia di oscurare il resto per miopia, per ricerca ossessiva di un equilibrio tra narrazione ed immagini. Ma le stesse immagini impresse sulla celluloide sono già di per sè narrazione? Provate a pensare a 1917 senza dialoghi... Touchè!
Per molti solo un esercizio di stile senz'anima. Ma che anima può avere una rincorsa contro il Tempo, contro gli orrori, contro sè stessi?
Il film di Mendes non è un capolavoro quanto non lo era "Dunkirk" di Nolan ma un atto d'amore per questa immensa arte che nonostante l'imbarbarimento culturale rimane a galla combattendo una sua piccola guerra tra blockbuster, film intimisti, piattaforme streaming e frammentazioni online.
Giovani strappati dalle loro famiglie, dalle loro terre, che devono pensare di tornare esclusivamente dai propri cari, stringendo in mano, al cuore una fotografia sbiadita di chi impotente li attende con ansia a casa.
In una realtà talmente diversa dalla nostra odierna che non si riesce neppure a capire di striscio; come le innumerevoli pallottole che rincorrono i protagonisti in una guerra che ha fatto più morti per baionetta che altro. Pensate ad uccidere un vostro simile seppur nemico con un fucile dotato in appendice di uno spadino...
Fango, trincee formicolanti o abbandonante, topi, pantegane, cadaveri, cavalli putrefatti, distese sabbiose. La sola volontà in mezzo di rimanere vivi e combattere per tornare a casa. La grande guerra; la seconda guerra mondiale; il Vietnam; la Corea; e via così. Ma che sia Apocalypse Now o il soldato Ryan o 1917 l'obbiettivo è ritornare al focolare. Sempre esista ancora una casa fisica o mentale. Vedi alla voce "Cacciatore" o "Nato il 4 luglio"...
In sintesi il film di Mendes lungi dall'essere perfetto ha un obbiettivo che centra in pieno tra tecnica e racconto. Manca un pò di cuore ma non si può con forza rimproverarglielo perchè il tempo della narrazione e l'elaborazione dei fatti non avevano tempo. E sottolineo ancora una volta che il Tempo, come in "Dunkirk", ha il suo ruolo e soprattutto il suo contesto.
Tra le splendide immagini scelgo la risalita faticosa dal fiume calpestando cadaveri gonfi e irriconoscibili per assistere esausto ad una sinfonia di gruppo decantata da una voce soave, delicata, aliena. La poesia che squarcia l'orrore, che rappacifica, che riconsegna umanità. Nel rapimento mistico e sensuale del momento splende vivace l'inno ad una vita possibile, sognata, sperata.
La grande guerra.
Già ora bistrattata. Lode a Mendes per averci provato. Per averci portato in trincea.
Lode al mio nonno conosciuto da piccolino e di cui memoria non possiedo più.
Oggigiorno altre sono le nostre guerre quotidiane, piccole e grandi che siano, così lontane, così devianti.
Non c'è bisogno di un' enfasi della guerra ma bisogna ricordare, trasmettere ciò che è stato per non dimenticare a noi stessi cosa siamo diventati. Piaccia o no dal nostro passato si proietta il nostro futuro
Su quella collina alla fine del film ci sediamo tutti intorno per sperare che il ritorno a casa sia un atto di speranza, di fede, più che un addio, un arrivederci.
Ed una medaglia scambiata per una bottiglia di vino può figurare un atto sciocco ma quanta verità c'è in un sorso di quel nettare, in quel momento, forse l'ultimo.
Altresì quanta strana malinconia mi passa in testa ricordandomi la medaglia al valore del mio nonno sopravvissuto sul fronte del Piave.
La Grande Guerra.
La nostra grande guerra nel tentativo disperato di tenere vivo il ricordo, lo spirito di sacrificio, la volontà di una generazione di uomini oramai così lontana, così fuori fuoco, così abbandonata da indurci a riflettere di fronte un'opera di finzione del genere che sembra un videogame, una rappresentazione distorta di quell'epoca, una congegnata immagine del mito.
Nella sua generosità, nella sua pretenziosità, nel suo racconto fluido anche se leggermente sovraccarico, questo film mantiene viva un'idea che oggi sembra superata, vetusta, estranea.
Il grande spettacolo del cinema sul grande schermo diretto da un abile regista britannico con capitali statunitensi.
Da un compromesso politico e finanziario il meglio che si poteva ambire.
Il Piave mormorò...
Testo de “Il Piave mormorava”
Prima strofa:
Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
Dei primi fanti il ventiquattro maggio:
l’Esercito marciava per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera.
Muti passaron quella notte i fanti;
tacere bisognava e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar de l’onde:
era un passaggio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero”.
Seconda strofa:
Ma in una notte triste si parlò di tradimento**,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
per l’onta consumata a Caporetto!
Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come un singhiozzo in quell’affanno nero.
Il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero”.ù
Terza strofa:
E ritornò il nemico, per l’orgoglio e per la fame
Volea sfogar tutte le sue brame.
Vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allor…
“No” disse il Piave, “No” dissero i fanti,
“mai più il nemico faccia un passo avanti”.
Si vide il Piave rigonfiar le sponde!
E come i fanti combattevan le onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
Il Piave comandò: “Indietro va’ straniero!”.
Quarta strofa:
E indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento
E la Vittoria sciolse le ali al vento.
Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro e Battisti.
Infranse alfin l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore.
Sicure l’Alpi… libere le sponde
E tacque il Piave: si placaron l’onde.
Sul patrio suol, vinti i torvi imperi,
la pace non trovò nè oppressi, nè stranieri
Una cipolla.
Tutti la usiamo in cucina per impreziosire piatti succulenti, per dar gusto, per animare il palato. Avete mai sbucciato una cipolla? Al di là della commozione indotta dall'infiammazione dell'iride si presenta in strati sempre più teneri ed intensi. Tanto che di solito la buccia si butta direttamente nell'organico.
Martin Scorsese per noi cinefili incalliti è la cipolla della settima arte.
Non perchè si adatti a qualunque piatto ma perchè con la sua maestria da sempre insapora il menù, ricco o meno che sia. Anche nelle opere meno riuscite è difficile non trovare uno o più spicchi della sua immensa bulimia culinaria, immaginifica. Un Tarantino antelitteram. Un "classico" in vita. Il Regista.
Non si può non amare questo cineasta per ciò che ha espresso negli anni generosi della sua maturità artistica. Non è difficile vedere nel Joker di Phoenix il Travis Bickle di Taxi Driver. Non a caso la scelta della produzione della fortunata pellicola, genesi della nemesi di Bruce Wayne, di ambientarla nei fecondi anni 70.
Veniamo all'oggi. Scorsese culla il sogno di una reunion, di un canto del cigno per il genere che lo ha consacrato con pietre miliari come "Goodfellas" e "Casinò" ma necessita di un cast strepitoso e di tanti soldini per far le cose per bene. Ecco entrare con capitali freschi Netflix, non nuova ad operazioni del genere soprattutto dopo il meritorio recupero del montaggio di un Orson Welles d'annata piuttosto che il successo suggellato agli Oscar di Cuaron con "Roma".
Con il grano in saccoccia il buon Martin può fare la spesa e imbandire la tavola con i commensali a lui cari. Il pranzo è servito? Eccome! Dall'antipasto che richiama le pellicole sopracitate si passa ai primi e secondi che nel suo stile puro presentano piatti semplici ma farciti d'ingredienti sapientemente cotti, cucinati a dovere. Ma questa volta il dolce manca. Alla festa iniziata quasi trent'anni fa con ascese italoamericane allo scranno della Mafia si sostituisce la lenta agonia di una casta che per perdurare mangia e digerisce sè stessa, senza più voracità ma con freddezza disumana. La violenza elegiaca di allora si trasforma in veloce esecuzione chirurgica. Fino all'atto finale, al non ritorno, al Padrino senza anima.
Scorsese sceglie sorprendentemente un registro televisivo per salutare la sua brigata, quasi sia Netflix stessa a suggerirglielo, piuttosto che imporglielo. La sua regia geometrica, barocca, purista si piega al formato del piccolo schermo non rinunciando però alla ricchezza di un accurato montaggio che risalta la prova degli attori, amalgamando come solo i grandi chef sanno fare le varie portate del menù. Molti non ricordano che il regista americano per eccellenza non è un autore. Lui trasforma le idee di altri, le elabora per immagini, le spoglia, le impreziosisce. Con un suo ritmo, con una sua idea di cinema in movimento. Un'artista fa questo a prescindere dalle critiche. E Scorsese verso il suo tramonto abbandona sorprendentemente la sua cifra per piegarsi al nuovo mezzo. Lo piega alla storia che racconta. Qui non si fa un capolavoro, ma si partecipa ad un'elegia; potente, nichilista, necessaria.
Sapendo di avere ingredienti di prima qualità lascia spazio ai primi e medi piani per salutare al meglio la meglio gioventù di una volta.
Tra un Pacino gigione nel sanguigno ruolo di Hoffa, un Pesci ritornato, rinato, donato allo spettatore adorante, la grande e definitiva performance appartiene al preferito di sempre: un Bob De Niro capace d'indossare una maschera di misura e distacco che suggella dopo anni di pessimi ruoli la capacità di riscatto totale. Qui veramente si fa Cinema. Non importa il mezzo, nemmeno lo streaming, neppure le polemiche fittizie sulla distribuzione sul grande schermo.
Al grido di capolavoro si vende la merce in questo mondo globale e tecnologico.
Ci drogano con cultura scadente, ammuffita, nel migliore dei casi reinventata. Il microonde.
Qui il nostro alfiere ci offre una grande abbuffata che ci lascia con il sapore amaro; quella sensazione che dall'inizio di quest'opera così malinconica, o meglio rattristante, narra di grandi amicizie, di destini scritti, di favori richiesti.
La Mafia attraversa la storia americana, si adatta, si trasforma, si sacrifica, si trasmuta. E gli stessi uomini che un tempo si glorificavano nella violenza e nel potere qui attraversano la vita con lo scopo di preservare il proprio posto senza dare spazio significativo alla famiglia, ai figli, al futuro. La preservazione della specie, neppure la prosecuzione. Il nichilismo al potere. Irishman non si pente, non tradisce, non emoziona. La figlia lo giudica costantemente fin da piccola. E' uno specchio dove non ha mai il coraggio di riflettersi. Fino alla fine. Non c'è spazio per la redenzione, nè per la pietà.
Molti si aspettavano un ruggito del regista che fu. Altri un 'ennesima beatificazione dei suoi personaggi più famosi. Martin ha preferito il viale del tramonto.
"Quello che va fatto deve essere fatto...". Un imbianchino fa sempre la sua figura.
Possono scrivere che dura più del dovuto, possono scagliarsi sul ringiovimento digitale degli attori, possono attaccare la regia piatta, televisiva, possono urlare che non è un capolavoro.
Possono sbraitare quanto vogliono ma pochi dicono che questo è il migliore Scorsese degli ultimi anni, concentrato sui suoi personaggi, sulle storie, sulla Storia, sulla mortalità delle idee.
Non rimarrà scolpito nel tempo, ma probabilmente sarà il suo canto del cigno.
Nel suo habitat naturale. Un'oasi senza più miraggi, nè predoni. Una grande pozzanghera dove le anime non cercano neppure scampo. O se lo fanno è tardivo.
Se questo non è grande cinema senza esserlo ditemi cosa siamo diventati. Pretese. Aspettative.
Da fine mese su Netflix. Guardatelo. Poi odiatemi o voletemi bene. Ma guardatelo. Con impegno. Altrimenti tanto vale accontentarsi dei vari Joker.
Il cuore della cipolla.
Gustatelo. Ma prima di arrivarci vi tocca la buccia e qualche strato meno saporito.
Re per una notte.
Re per sempre.
"Sul sentiero tra le dune ho incontrato mia madre,
lei però non mi ha visto. Parlava con un'altra
signora e ho sentito che diceva: tutti
qui mi trovano simpatica.
Sapevo che era vero per il rumore
delle conchiglie sbriciolate sotto i suoi piedi.
Poi ho visto mio fratello e il mio fratellastro
in cammino con il mio stesso passato,
caos e inquietudine. Il Mare del Nord schiumava
selvaggio.
Attraverso di loro vedevo il sentiero. Vorrei trovare
ora un tesoro,
un dente di narvalo portato a riva, o dell'oro,
Quentin Tarantino.
QUENTIN TARANTINO.
Insieme a P.T. ANDERSON il più grande narratore americano della nostra storia filmica recente.
Scrive, dirige, cita, si autocita, incensa, s'incensa, trasforma, si trasforma, trasfigura, si trasfigura. Fa sempre lo stesso film, rifacendolo. Marchia con il suo inconfondibile tocco, reinventandolo. I critici più miopi aspettano un suo tonfo, i fan lo adorano, gli spettatori lo premiano, i cinefili lo difendono.
Il motivo di tanto interesse si vede in ogni sua opera proiettata sul grande schermo, in ogni canzone suonata dalle casse incassate in sala, in ogni dialogo pronunciato dai "suoi" attori. Come per i grandi maestri del passato Tarantino ama i suoi protagonisti coccolandoli in lunghi primi, medi piani quasi onirici; loro lo ripagano con performance sempre al di sopra della loro calatura, dimostrandogli affetto e riconoscenza.
Di Caprio e Pitt si presentano ai nostri occhi come i divi che da tempo conosciamo per scivolare lentamente nei loro personaggi, nelle loro ossessioni, nel loro personale viale del tramonto. Ambientato in un' epoca spensierata e profilica del cinema di Hollywood il regista sceglie il mondo del filone dei cosiddetti film di serie B per travolgerci amorevolmente con la sua passione in merito. Tra titoli veri, presunti, o reinventati la citazione perennemente latente degli spaghetti-western nazionalpopolari adorati dal nostro.
Difficile non notare che nell'episodio centrale del film, ove Di Caprio cammuffato in modo alquanto ironico somigli molto al Franco Nero di Django...
Ma questi al solito per gli scrupolosi spettatori sono giochi(ni) di specchi (per le allodole?!) che impreziosiscono il quadro d'insieme.
Stimoli ed imput disseminati in tutte le sue opere così dannatamente generose da divenire a volte elefantiache per brevi momenti.
Ma dopo l'ultimo western lento e gore qui troviamo leggerezza e scanzonata volontà di omaggiare ancora una volta, più che un genere, un periodo.
Per affinità puramente emotive in qualche modo mi ricorda l'amorevole atto di risarcimento verso un filone, incarnato dalla chimera Pam Grier, in quel piccolo capolavoro di "Jackie Brown". Non a caso venuto dopo la pioggia di premi, riconoscimenti, adulazioni per Pulp Fiction. Il nostro sa decellerare ma soprattutto piega con volere e potere commerciale la sua autorialità al pubblico senza rendere conto, o minimamente, ai suoi finanziatori.
Caso più unico che raro a Hollywood. Caso chiuso. Lunga vita a Quentin.
In tutto questo andirivieni da set confusi, case sfarzose, alcool invitante tra sedani e carote, c'è spazio per la Storia. Come in Bastardi ed in Django il mastro dirimpettaio deicide di affiancare il racconto di quegli anni con la tragedia protagonista la Tate, Polanski e la setta di Manson. Al solito lo fa a modo suo piegando le correnti narrative in salsa pop, pulp, porn ad una trasfigurazione oscena della realtà, accettabile unicamente per la potenza fascinosa di una costante messa in scena continua, finta, paradossale, enfatica, ma così dannatamente funzionale. Un romanzo esplosivo. Una parabola discendente con lieto fine. Un' ennesima riscrittura di una storia, non la Storia, con un' elegante escamotage, con la geniale riscrittura tarantiniana di un possibile finale alternativo. Un omaggio delicato, sentito, generoso a un mondo esploso nella notte dell'efferato omicidio di Sharon Tate e del bimbo in grembo che Tarantino da grande affabulatore sa essere spartiacque tra un C'era una volta e dopo.
Sinceramente, ancora una volta, non comprendo come si possa richiedere di più ad un'opera di tal genere, ad una filmografia particolare, unica, appassionata quale quella di questo immenso regista, narratore.
Plasmare storie è cosa da professionisti.
Reinventare storie è cosa da studiosi.
Integrare storie con fiction è cosa da artisti.
Mettere d'accordo pubblico e critica è cosa da acrobati.
Riuscire ad essere sè stessi trasmutando è cosa da trapezisti. QUENTIN TARANTINO è un passionario e un ricercatore che ama il Cinema, lo onora, lo plasma e ce lo vomita in ogni sua opera in una cottura diversa, più o meno misurata, ma sempre attenta a non essere indigesta.
E quando lo è a tratti lo si scusa per la sua immensa generosità.
Lunga vita al Re.
Lunga vita ad un cinema che si racconta senza logiche commerciali, senza confini, senza paura.
Tate/Robbie coricata al cinema che rivede sè stessa sullo schermo con primo piani dei piedi annessi è l'essenza della firma del regista come i dialoghi a volte prolissi in situazioni specifiche e poco avvezze al pubblico pagante ma su queste ricamature autoriali il trave portante è altro.
E' il Cinema.
L'amore per lo schermo, per la narrazione, per l'arte di saper coinvolgere.
Mettiamo questa arte da parte come la sigaretta senza filtro imbevuta d'acido.
Un giorno, non lontano credo, apriremo lo scrigno dei ricordi ed in mezzo ad altre riconoscendola, fumandola con lunghi boccate, ci abbandoneremo
al suo effimero gusto, alla sua transitoria essenza.
Può essere ci salvi la vita come con Cliff... Ma meglio imparare anche a schioccare il palato e nel contempo saziare la fame di un mastino dei migliori.
Come in "Vizio di forma" di Anderson con uno straordinario Phoenix gli hippies ci salveranno o ci condanneranno. Come il Drugo dei Coehn.Come Manson e la sua setta. Come miriadi di personaggi prima e dopo.
Lunga vita ai narratori!
Once upon a time...
Si chiude come un cerchio disegnato sulle note dei Doors ciò che tre ore prima si era aperto sulla stessa "fine" prima del viaggio del capitano Willard.
La terza e definitiva versione del capolavoro di Coppola è la sintesi perfetta della sua opera monstre, grazie al sapiente montaggio e alllo straordinario recupero dei suoni originali attraverso una nuova rimasterizzazione. Difficile rimanere indifferenti alle esplosioni delle bombe piuttosto che alle eliche degli elicotteri; ancor meno alla famosa scena supportata dalla Cavalcata delle Valchirie. Ma stupisce ancor di più le mosche che gironzolano incessanti sul fiume ed intorno alla testa liscia, quasi un richiamo ad "Alien", di dio Brando.
Dettagli che impreziosiscono il quadro d'insieme, un "Cuore di tenebra" che costò caro al regista italoamericano per poi diventare un cult assoluto nella storia del cinema.
La sintesi tra la versione originale del 79 ed il Redux del 2001 è un compromesso tra minutaggio e montaggio che avvalora la prima e allegerisce la seconda, mantenendo l'ampia parentesi politica francese senza eccessive zavorre narrative. Proprio questa scelta sancisce la supremazia di questa versione introdotta dallo stesso Coppola a distanza di 40 anni dall'uscita ufficiale come non la migliore, ma lo è, ma come quella che con il filtro del tempo lui avrebbe voluto presentare da subito.
Per chi non conosce la genesi di questa mastodontica opera filmica rimando al libro della moglie Eleanor Coppola piuttosto al documentario di sua stessa realizzazione "Viaggio all'inferno", non facilmente reperibile ma esauriente per le vicissitudini affrontate dalla troupe. Un film nel film.
Operazione commerciale o meno non si può che godere della possibilità oggi di rivedere classici senza tempo sullo schermo cinematografico ancor più in questo caso valorizzato da una proiezione in versione originale con i sottotitoli. Possiamo avere i migliori doppiatori del mondo ma non si può sostituire minimamente le inflessione recitative di un qualsiasi Brando/Kurtz. In più molti non sanno che il doppiaggio per forza di cose soffoca quasi sempre il suono circostante o lo limita riducendo comunque la nostra percezione del girato originario. Attraversare il fiume fino la Cambogia piuttosto vivere l'episodio dell'apparizione della tigre nella giungla non ha eguali per coinvolgimento e pathos.
Sul senso dell'opera in quattro decadi molti hanno scritto frasi, righe, parole più illuminanti di quello che posso esprimere oggi ad un giorno dalla visione.
Rimane come sempre di fronte questi totem benedetti la straniante sensazione di essere di fronte a qualcosa di irripetibile, unico e trascendentale. In un 'epoca come la nostra incapace, nonostante la tecnologia, di ambire a pellicole culturali ma altresì commerciali l'apocalisse di Coppola rimane pietra di paragone di un cinema estremo, allucinante, sapiente. Un miracolo di equilibrio e sintesi in un viaggio di tre ore in una guerra assurda, in situazioni assurde, in un caos disordinato che in qualche modo con fini astuzie narrative abbraccia la vita intera. Noi spettatori ci riconosciamo in Willard volendo essere Kurtz.
Animali e dei.
Il nostro cuore. Le nostre tenebre.
Conrad aveva visto lungo e Coppola lo ha reso vivo più che mai. L'immenso Kurtz/Brando con il suo elefantiaco carisma va a braccetto con l'utopica conquista di Fitzcarraldo/Kinski. Cinema di altri tempi, prove fisiche ineguagliabili.
Su quel fiume verso un non luogo tutta la vita e la morte scorrono davanti in un straordinario percorso che solo il perfetto incontro tra narrazione, immagini e suono può raccontare in una storia di meri fallimenti.
Ma come Kurtz ripete a qualcuno tocca questa infame parte nel continuo macabro percorso umano. Cercando la luce nella poesia, nella luce, nella riflessione.
Una luce mai più così splendente ed avvolgente grazie al lavoro del maestro Storaro.
Apocalypse Now è un viaggio dentro noi stessi.
Con cuore, nelle tenebre.
Non si torna indietro, ci si
trasforma.
L'orrore a volte necessario ha un prezzo disumano, catartico ma profondamente segnante.
Tutto è scritto ma tutto in questa immensa opera è dannatamente potente.
The end...
Chazelle è un regista straordinario.
Basterebbe questo per molti spettatori.
Chazelle è anche sceneggiatore.
Bene.
Chazelle al terzo film vira.
Bravo.
I fan di Chazelle rimangono interdetti. Critiche tiepide, qualche sbadiglio.
Dicono che all' allunnaggio abbia preferito l'intima vita del protagonista. Che palle.
Dicono che la minuzia doviziosa dei dettagli premi il passato analogico.
Dicono che Gonsling sia all'ennesima prova da manichino.
Dicono che uffa che barba tanto sappiamo come va a finire.
Perplessità.
Un' opera immensa che pretende concentrazione ma che ripaga sotto ogni aspetto anche se s'inserisce nella malinconica poetica del regista statunitense. Whiplash come uno schiaffo, La la Land come una calda carezza che scema ed ora First Man come una stretta di mano che nello stesso tempo conforta e rincuora.
Resilienza.
Amstrong raggiunge la luna per elaborare un lutto.
Un'opera che parla metaforicamente dell'allunaggio di ognuno di noi di fronte al dolore sconfinato di questa vita. Un percorso diverso ma tracciato e fondamentale per comprendere il tragitto verso la meta e soprattutto per ricominciare.
Protagonista femminile eccezionale.
Chazelle dirige lasciando la scrittura, rafforza il nostro legame con Amstrong, ci trasporta nel buio siderale per donarci una flebile speranza che nel finale diventa luce morbida, persistente.
Lo fa con un'abilità rara che a 33 anni di età può solo far commuovere.
Alla stessa età Amenabar girava Agorà.
Emozioni compresse in una tuta spaziale, in un silenzio assordante.
Stati d'animo che soffocano nell' automatismo di una ricerca che va oltre l'umano, che ci fa comprendere quanto resistenti possiamo essere.
La tragedia di un uomo, l' elaborazione di un dolore, la sua luna.
Una storia che abbraccia tutti noi attraverso sfumature diverse.
La politica, la concorrenza, il sacrificio, la volontà sono importanti ma rimangono sfere intorno alla sua luna.
La luna che opprime prima e resuscita dopo.
Un'opera preziosa che riconcilia con il cinema intimista.
La La Land del dolore.
Lunga vita a Chazelle.
Tom Cruise è Mission Impossible.
Possiamo girarci intorno, lodare o criticare la serie ma sappiamo tutti più o meno chi è il deux ex machina dal 1996 in avanti; anno del primo capitolo diretto nientedimenoche dal grande Brian De Palma.
Per la storia della saga rimandiamo a wikipedia o ai vari mymovies, a noi la base comune nonchè chi ha realmente voluto, cavalcato, incarnato l'action contemporaneo e forse moderno finora.
Un uomo che dal sorriso castorino da 36 denti in "Top Gun", passando a Kubrick in coppia con la moglie Kidman, abbraccia da vent'anni almeno blockbuster che prima di essere materia sono simulacri di sè medesimo. Un corpo attoriale che nonostante il tempo si fà carico del peso della pellicola traghettandola sempre in mari conosciuti, calmi, ricchi. Un attore dalla mimica minima che fa recitare i muscoli, non facciali, che rincorre, corre, salta, travolge, sopravvive nei suoi film come nella sua vita artistica; portando sempre a casa la pagnotta. Un divo.
Quindi? Quindi questo nuovo capitolo rassicura i fan, rincara la dose ma soprattutto trova un equilibrio appagante tra la spy story, il romanticismo, il divertimento e Cruise stesso. Merito di McQuarrie regista solido ma sceneggiatore ancora più interessante e misurato. Abbandona la commedia spinta ridimensionando l'esuberanza di Simon Pegg, addolcisce il personaggio principale di Ethan Hunt, rende omaggio alle figure femminili senza raccontarle in modo banale. Per un blockbuster di questo livello niente male. Si avvicina ai capitoli di Bond/Craig accarezzando la loro eleganza formale senza dimenticarsi mai l'origine operaia dell'intera saga. 007 è solo mentre Hunt si avvale di un nucleo oserei dire famigliare. Questo fa tifare per le missioni impossibili di Cruise, godendo sommessamente per quelle un pò onanistiche di Craig. Interessante coglierne però le similutudini, le assonanze.
Come nei film precedenti la bulimia prende il sopravvento in un tripudio di situazioni, parole, colpi di scena, acrobazie, spiegazioni. Ma qui succede con un equilibrio che rende giustizia sia al personaggio sia al suo background sia al pubblico godereccio; un gioco di ribaltamenti che chiede l'attenzione dello spettatore sapendo maliziosamente di pagar pegno in una sospensione dell'incredulità sorprendente, spinta ma alla fine compiacente.
L'asticella si è alzata; Cruise può solo cadere (Fall...) ma per ora con volontà e costanza le prende, le dà, fugge, le riprende, per poi tentare nuove acrobazie omaggiando le vecchie. Un funambolo che resiste e s'immola; un cinema puramente d'intrattenimento che nello schermo cinematografico trova la sua massima espressione, tra decine di location, panorami mozzafiato, inseguimenti infiniti, combattimenti coreografati. Il vero blockbuster americano senza paura, senza fronzoli e senza ma. King Tom si mette le sue scarpette con tacco come il nostro Berlusca sfidando ogni corrotto possibile senza paura, senza tentennamenti, senza mimica. Uno straordinario viaggio di due ore e mezzo che stordisce, incanta, contorce, ammutolisce. Come nelle migliori serie tv odierne un ritmo che non fa prigionieri lasciando spazio ad un intricato puzzle dove Hunt/Cruise si aggrappa con tutte le sue forze, non avendo paura del tempo che passa e con lui un tipo di cinema anacronisticoche regge, rincuorando il suo pubblico, mitizzando la figura dell'eroe senza macchia. Il team prima di tutto e tutti. L'amore sacrificato per salvare l'umanità.
Visto in uno stratosferico 3D fa il suo dovere di perfetto meccanismo d'intrattenimento hollywoodiano.
Cruise continua baciato dall'eterna gioventù dell'anima; proprio lui che aveva esordito con "Fuori i vecchi... I figli ballano".
Poco importa. Importa immergerci in un mondo altro per due ore e dimenticare tutto. Tornare al nostro reale più sollevati o semplicemente più leggeri.
Perdetevi nello schermo, fatevi questo regalo. Riemersi, poco o nulla ricorderete tra nomi e situazioni ma rimarrà in voi un senso di estasi, un' esperienza sensoriale, a tratti frastornante. Il potere del cinema al cinema. Ritornare bimbi. Con i buoni che vincono. Sempre.
Questa recensioni si autodistruggerà tra cinque secondi...5...4...3...2...1
Viviamo in anni bui dove pochi squarci di cinema puro riescono ad illuminare il cielo fitto di nubi.
Tra blockbuster inutili, vuoti, empi e serie tv sempre più roboanti, consumistiche e abbaglianti ogni tanto il paziente tintinnio della speranza bacia i nostri occhi stanchi e spenti.
Ci pensa James Gray a darci una boccata d'ossigeno con un'opera anacronistica, fuori dal Tempo o meglio lontano da questo tempo, così fecondo ma nello stesso tempo così poco interessante. Il regista sa il fatto suo dimostrandolo in passato con ottimi film tra cui lo splendido "Two lovers" con il suo attore feticcio di allora, l'immenso Joaquin Phoenix.
Qui il racconto di un'ossessione si fa Mito tra tempi dilatati e riprese ipnotiche.
Tutto nel rimando costante ad un classicismo che non si usa più, che anzi fa paura perchè così vetusto rispetto al ritmo frenetico dell'immagine contemporanea, bulimica, a volte disturbante. Aria fresca che meritava essere vista sul grande schermo ma che conserva forza e onestà nella visione casalinga. Chiaramente il rimando al romanzo di riferimento e ai fatti realmente accaduti come sempre avvalorano la narrazione abbandonandosi ad un'esplorazione fisica e ancor più dell'anima. Una pellicola preziosa per la sua fede nel cinema classico e immaginifico che riappacifica con il ritmo lento dello sguardo più autentico, riflettendo nello stesso tempo sul racconto e sulla ricerca febbrile di un'alternativa al conosciuto.
Ogni passo nella giungla è una promessa.
Ogni segno sul cammino una speranza.
Ogni imprevisto una sfida.
Questo è un film da assaporare, godere e centellinare come acqua fresca, limpida in un deserto di opere gridate, povere e superflue.
Per questo visto da pochi, pochissimi; un progetto in partenza kamikaze.
Ma la poesia vera è maneggiata da pochi incoscienti, soprattutto al cinema; soprattutto nel cinema indipendente americano.
Lunga vita a Gray, al suo lavoro, alla sua potenza visiva, alla sua abilità narrativa.
Lunga vita a noi spettatori che crediamo ancora in un cinema che sogna con ambizione prendendosi il tempo che deve e fregandosene della velocità esasperata del quotidiano.
Come un romanzo romantico, come Conrad ed il suo cuore buio, come Coppola e la sua apocalisse, così Gray pone il suo sigillo alla ricerca di una civiltà distrutta dai barbari e rinnegata.
Siamo sicuri che loro erano i barbari e noi i moderni?
Gli spettatori di oggi cosa sono? I nativi digitali che guardano film a consumo sui tablet?
La civiltà perduta che rimpiango è quella della mia adolescenza dove andare al cinema era un rito, dove parlarne con gli amici era un'occasione di scambio, dove la velocità era un lusso. Ora tutto è troppo, tutto è subito, tutto ci asfissia senza possibilità di ragione critica, senza molte volte la voglia di trasmettere la sensazione di una cosa bella agli altri.
Si stava meglio quando si stava peggio.
Cuore di tenebra nei nostri occhi così stanchi, così chiusi, così arrendevoli.
Voglio lontananze d'azzurro cantava Battiato...
Poesia senza fine.
Giungla d'asfalto.
Aspettando i barbari.
Perduto amor.
Mr. Gray...
1968 - 2018.
50 anni dopo lo spazio è ancora profondo, irrisolto ed ipnotico.
Milioni di spettatori hanno avuto la fortuna in questo lungo periodo di perdersi dentro il discusso capolavoro di Kubrick. Non entro minimamente nell'intricato labirinto di possibili spiegazioni alla storia una e trina, dato che ci sono pubblicazioni abbondanti al riguardo. Ovviamente interessante, come d'altronde per tutti i suoi lavori, l'ermetismo del maestro capace di far parlare le sue opere, ponendo riflessioni e dubbi, senza uno stralcio di guida paterna. Un meccanismo affascinante e divenuto purtroppo geniale nel corso degli anni dove invece per il pubblico medio tutto va rappresentato ma soprattutto spiegato per evitare di dover affrontare la costruzione di uno spirito critico da zero o quasi. Non a caso è Nolan ad aver voluto così fortemente questa ennesima digitalizzazione del film per questa data altresì importante e significativa; l'unico regista contemporaneo capace di sposare intrattenimento di qualità, cinema di genere e autorialità supportato dai grandi Studios americani. Che poi il suo omaggio "Interstellar" per il sottoscritto sia in assoluto la sua opera più deludente è un altro discorso ( recuperatevi qui nel blog la mia opinione pronti a demolirmi se ne credete il caso ); solitamente i grandi cadono quasi sempre quando partoriscono la loro ambizione più sognata, cullata, immaginata. Kubrick è un'altra storia, gareggia a sè nei grandi della settima arte e per questo ricordo a tutti che non ha mai vinto un Oscar per i suoi film; era sistematicamente preso in poca considerazione dall'Academy perchè aveva il totale controllo delle sue opere, girate e montate nei suoi studi privati a Londra. Che smacco...
Torniamo un attimo a Nolan; in compagnia di pochi colleghi di peso, Scorsese e Spielberg in primis, difende a spada tratta la pellicola piuttosto che la comoda freddezza del digitale. Ha girato interamente la sua ultima fatica in pellicola 70 mm per dare la possibilità al pubblico di immergersi in un'esperienza ancora straordinaria; ovviamente per le sale attrezzate digitalmente, ovvero la quasi totalità, si è fatto un lavoro di conversione al fine di poter presentare al pubblico il film nel suo giusto formato, quello pensato dal regista.
Per i neofiti il passaggio è il seguente: Nolan crede in un cinema classico e di qualità e quindi decide di abbandonare le pratiche e piccole cineprese digitali per abbracciare le pesanti ed ingombranti strumentazioni per le riprese in pellicola. A livello concettuale sembra mera poetica malinconica; in pratica diventa una vera sfida concreta e produttiva. Il fare cinema serio, impavido, senza paracadute; la sfida fisica di un'idea, l'artigianato di un immagine. Chiedetelo a Coppola per "Apocalypse now" o ad Herzog per "Fitzcarraldo".
Per rincarare la dose il regista inglese decide di abbracciare il formato 70 mm in disuso da decenni sia per costi proibitivi della pellicola sia per proiettori ormai impolverati nei cinema o piuttosto sostituiti o mai installati per calcoli prettamente commerciali. Direi una sana follia del nostro eroe...
Della riconversione digitale in "Dunkirk" ne avevo parlato sempre in questo blog con tanto di lettera della Warner redatta da Nolan stesso dove spiegava agli operatori dei cinema come proiettare il proprio figlio riadattandolo al formato 35 mm ( in uso nella quasi totalità dei nostri cinema italiani ) perdendo ovviamente l'impatto del 70 ma senza rischiare di perdere porzioni di pellicola, quindi snaturare soprattutto il grande lavoro dei tecnici della fotografia.
E Kubrick? Eccoci... Nolan viene prodotto da Warner. Quest'ultima ha i diritti di 2001. Gioco fatto. Chi più di Nolan può mettere mano ad una nuova riconversione del girato del film più famoso di sempre con il plauso di fan vecchi e nuovi? Ed eccoci ad oggi, ovvero alla possibilità di chi ha voluto, potuto, fare un viaggio nuovo, ennesimo, in un'opera senza tempo e senza biglietto di ritorno.
E come Nolan ribadisce ogni volta un'opera cinematografica va vista sullo schermo cinematografico, sua sede naturale, suo strumento di potenza immaginifica. Nel salotto di casa sui nostri 55 pollici ci si può trastullare di sicuro con la nostra soundbar da 5 canali virtuali ma in sala c'è la completa immersione nel viaggio di una vita, altra ma spesso anche nostra, sognata, desiderata, cercata e a volte così tanto agognata.
L'ultimo premio Oscar Del Toro fa fermare sognante davanti ad uno schermo in una sala barocca deserta la sua creatura come abbandono all'immaginifico che ancor oggi pervade lo spettatore di fronte al monolite.
Monolite? Mi ero ripromesso di non interagire con la storia. Ma non posso che prendere questa simbolica e semplice figura per appropriarmene anche io non per ricercarne un significante ma per darne uno a mio piacimento.
Il monolite nero così sontuoso e levigato è lo schermo cinematografico.
Quello schermo che non potrà mai e sottolineo mai essere sostituito da una tv, da un tablet o da uno smartphone. La tecnologia avanza inesorabile ma non c'è magia più grande di abbandonarsi al buio di una sala, qualsiasi sia
, lasciandosi alle spalle ogni altro sè.
Nolan ha levigato con intelligenza l'opera del maestro, pulendo la pellicola senza forzature, lasciando a tratti qualche imprecisione dovuta al fuoco, ribilanciando i colori e riequilibrando la grana. Un lavoro certosino che ha dato i suoi frutti impressionando soprattutto nel viaggio finale verso Jupiter ove alcune scene sembravano girate quasi oggi stesso. Un inno all'amore per il cinema, un vero omaggio a chi ha marchiato così profondamente la settima arte ed in questo caso un genere a cui molti sono affezionati da allora.
Rivedere il grande cinema al cinema.
Questa è la vera novità e sfida che ci aspetta; una delizia che riempe gli occhi e l'anima di fronte alla numerosa offerta deludente di questi anni oscuri.
Personalmente senza dubbio alcuno, aiutato anche dalla relativa vicinanza, ho rivisto il film nella leggendaria Sala Energia del locale Arcadia di Melzo.
Per chi non lo conosce vi rimando al loro sito dove rimarrete meravigliati dalla loro storia, dalla loro passione e soprattutto dai mezzi tecnici messi in campo da "Titanic" in avanti.
Rivisto perchè il Sig. Fumagalli, pater dell'Arcadia, dispone di una copia di 2001 in pellicola 70 mm che saltuariamente proietta per la gioia dei fan; la vidi nel 2001 godendo in maniera inimmaginabile. In questa versione digitale ho goduto della possibilità di entrare nel film e di farmi cullare da un viaggio senza parole.
Kubrick da buon narratore d'immagini usava molto il silenzio, piuttosto che la musica che i rumori per straniare o semplicemente avvolgere nelle immagini lo sguardo dello spettatore; una capacità che rende muti film sonori ma che nel suono trovano vitalità e rinascita in un saggio ed indimenticabile equilibrio.
Strauss, lo stridio del monolite sulla Luna, il respiro affannoso degli astronauti, il desolante silenzio dello spazio profondo.
Lunga vita ai capolavori sullo schermo cinematografico!
Lunga vita alla Sala Energia di Melzo!
Lunga vita a chi come Nolan ama il suo lavoro e si prodiga per quello altrui.
Lunga vita a noi spettatori che dobbiamo superare le nostre pigrizie per accedere ad una sala cinematografica; sembra difficile in questo mondo caotico ma quando si ha la possibilità di farlo, soprattutto per operazioni di questo genere, si rientra a casa sempre con gli occhi pieni di sogni in movimento.
1968 - 2018. 50 anni e non sentirli.
Odissea nello spazio.
Odissea in noi stessi.
Il grande cinema al cinema.