lunedì 10 febbraio 2020

1917

La grande guerra.
Mio nonno materno, cavaliere del '99, come erano chiamati i giovani nati nel secolo prima e divenuti maggiorenni in trincea, la visse in prima linea soppravvivendo fingendosi morto in mezzo ad una pila di cadaveri amici.
Mio nonno Pietro morì quando io avevo 3 anni; non feci tempo a sentire narrare questa ed altre vicende inerenti il conflitto ma rimasi sempre colpito, affascinato, sedotto da questo racconto. Io che non ho neppure fatto il militare, che non mi è mai mancato un piatto pieno in tavola, che non ho mai patito il freddo dell'addiaccio. Io che forse sono stato fortunato a crescere alla fine del secolo degli orrori. Io che fatico oggi a riflettere su ciò che è stato perchè nel qui e ora tutto va veloce, senza direzione, senza anima; l'età dell'abbondanza.
Se la seconda guerra mondiale ha lungometraggi importanti e famosi che l'hanno raccontata a partire da Spielberg, Polanski, Malick, la guerra precedente ha meno impatto sullo schermo anche se basterebbe Kubrick a riequilibrare la schermaglia. Un plauso quindi a Sam Mendes per aver riportato con forza il primo conflitto mondiale nei cinema, aggiornandolo con la migliore tecnica della nostra epoca.
Mi permetto solo di ricordare, per dover di cronaca,  una piccola gemma di casa nostra riguardante il tema che uscì qualche anno fa; la gelida trincea e lo spirito cameratesco di una pellicola di un grande maestro come Ermanno Olmi, noncurante della sua età anagrafica: "Torneranno i prati".
Tutto passa, l'orrore, il sacrificio, l'angheria, la belligeranza per lasciare spazio alla forza della natura, del tempo, dell' oblio. Dove sono morti uomini, animali, piante, terra, rifioriscono i prati con ciò che potranno far crescere in quel momento. Tutto passa... Ma a quale prezzo?
Ritorniamo al blockbuster di Mendes, perchè di questo stiamo parlando prendendola alla larga. Di un'opera pensata per il botteghino ma con mire di altro tipo. Qui per mio conto vi è il cuore del dibattito tra chi apprezza e chi storce il naso. Ma credo sia un falsopiano; una trincea poco fangosa alla quale succede una prateria verde di speranza, rispedita indietro da un aereo nemico in collisione mentre una solitaria mucca pascola indifferente.
Tutto parte dai ricordi del nonno del regista ed il materiale raccolto forma una sceneggiatura che trasforma un viaggio tra le linee nemiche in un tour de force per evitare una trappola ben congegnata dai maledetti tedeschi.
Pur non essendo ancora nazisti il film non fa mistero, grazie ai capitali della Dreamworks di Spielberg, di rappresentarci il nemico senza sfumature mentre gli inglesi paiono quasi sempre più italiani brava gente...
Non c'è tempo per soffermarsi su queste quinsquillie perchè il pregio della visione sta nella velocità degli accadimenti, nella densità dei fronti toccati. Qui si erge come un monolite la capacità del regista di ricreare diversi fronti, diverse battaglie, diverse sfide che pennella con differenti scelte tecniche, fotografiche ed artistiche.
Partendo dalla sfida più grande, ovvero la scelta straordinaria e mostruosa di far percepire allo spettatore un unico, lungo, interminabile, incredibile piano sequenza per l'intero arco narrativo.
Una sfida vinta in toto. Un monumento titanico al cinema d'oggi e di sempre.
Va bene Innaritu con "Birdman" ed altri straordinari piani sequenza della storia del cinema, Orson Welles docet, ma scegliere questa particolare tecnica di ripresa per un film d'azione, sempre in location esterne, con la videocamera attaccata al protagonista è una vera sfida contro sè stessi.
Un plauso ed una standing ovation a Mendes per la pazienza, la passione, la volontà di cullare e realizzare comunque un'opera che rimarrà negli occhi degli spettatori a lungo. Chapeau.
Questa peculiarità è preziosa, vivida, travolgente. In una parola sola è cinefila.
Ed è importante focalizzarla perchè anche se è esibita ed esplicita rischia di oscurare il resto per miopia, per ricerca ossessiva di un equilibrio tra narrazione ed immagini. Ma le stesse immagini impresse sulla celluloide sono già di per sè narrazione? Provate a pensare a 1917 senza dialoghi... Touchè!
Per molti solo un esercizio di stile senz'anima. Ma che anima può avere una rincorsa contro il Tempo, contro gli orrori, contro sè stessi?
Il film di Mendes non è un capolavoro quanto non lo era "Dunkirk" di Nolan ma un atto d'amore per questa immensa arte che nonostante l'imbarbarimento culturale rimane a galla combattendo una sua piccola guerra tra blockbuster, film intimisti, piattaforme streaming e frammentazioni online.
Giovani strappati dalle loro famiglie, dalle loro terre, che devono pensare di tornare esclusivamente dai propri cari, stringendo in mano, al cuore una fotografia sbiadita di chi impotente li attende con ansia a casa.
In una realtà talmente diversa dalla nostra odierna che non si riesce neppure a capire di striscio; come le innumerevoli pallottole che rincorrono i protagonisti in una guerra che ha fatto più morti per baionetta che altro. Pensate ad uccidere un vostro simile seppur nemico con un fucile dotato in appendice di uno spadino...
Fango, trincee formicolanti o abbandonante, topi, pantegane, cadaveri, cavalli putrefatti, distese sabbiose. La sola volontà in mezzo di rimanere vivi e combattere per tornare a casa. La grande guerra; la seconda guerra mondiale; il Vietnam; la Corea; e via così. Ma che sia Apocalypse Now o il soldato Ryan o 1917 l'obbiettivo è ritornare al focolare. Sempre esista ancora una casa fisica o mentale. Vedi alla voce "Cacciatore" o "Nato il 4 luglio"...
In sintesi il film di Mendes lungi dall'essere perfetto ha un obbiettivo che centra in pieno tra tecnica e racconto. Manca un pò di cuore ma non si può con forza rimproverarglielo perchè il tempo della narrazione e l'elaborazione dei fatti non avevano tempo. E sottolineo ancora una volta che il Tempo, come in "Dunkirk", ha il suo ruolo e soprattutto il suo contesto.
Tra le splendide immagini scelgo la risalita faticosa dal fiume calpestando cadaveri gonfi e irriconoscibili per assistere esausto ad una sinfonia di gruppo decantata da una voce soave, delicata, aliena. La poesia che squarcia l'orrore, che rappacifica, che riconsegna umanità. Nel rapimento mistico e sensuale del momento splende vivace l'inno ad una vita possibile, sognata, sperata.
La grande guerra.
Già ora bistrattata. Lode a Mendes per averci provato. Per averci portato in trincea.
Lode al mio nonno conosciuto da piccolino e di cui memoria non possiedo più.
Oggigiorno altre sono le nostre guerre quotidiane, piccole e grandi che siano, così lontane, così devianti.
Non c'è bisogno di un' enfasi della guerra ma bisogna ricordare, trasmettere ciò che è stato per non dimenticare a noi stessi cosa siamo diventati. Piaccia o no dal nostro passato si proietta il nostro futuro


Su quella collina alla fine del film ci sediamo tutti intorno per sperare che il ritorno a casa sia un atto di speranza, di fede, più che un addio, un arrivederci.
Ed una medaglia scambiata per una bottiglia di vino può figurare un atto sciocco ma quanta verità c'è in un sorso di quel nettare, in quel momento, forse l'ultimo.
Altresì quanta strana malinconia mi passa in testa ricordandomi la medaglia al valore del mio nonno sopravvissuto sul fronte del Piave.
La Grande Guerra.
La nostra grande guerra nel tentativo disperato di tenere vivo il ricordo, lo spirito di sacrificio, la volontà di una generazione di uomini oramai così lontana, così fuori fuoco, così abbandonata da indurci a riflettere di fronte un'opera di finzione del genere che sembra un videogame, una rappresentazione distorta di quell'epoca, una congegnata immagine del mito.
Nella sua generosità, nella sua pretenziosità, nel suo racconto fluido anche se leggermente sovraccarico, questo film mantiene viva un'idea che oggi sembra superata, vetusta, estranea.
Il grande spettacolo del cinema sul grande schermo diretto da un abile regista britannico con capitali statunitensi.
Da un compromesso politico e finanziario il meglio che si poteva ambire.
Il Piave mormorò...

Testo de “Il Piave mormorava”


Prima strofa:
Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
Dei primi fanti il ventiquattro maggio:
l’Esercito marciava per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera.
Muti passaron quella notte i fanti;
tacere bisognava e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar de l’onde:
era un passaggio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero”.

Seconda strofa:
Ma in una notte triste si parlò di tradimento**,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
per l’onta consumata a Caporetto!
Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come un singhiozzo in quell’affanno nero.
Il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero”.ù

Terza strofa:
E ritornò il nemico, per l’orgoglio e per la fame
Volea sfogar tutte le sue brame.
Vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allor…
“No” disse il Piave, “No” dissero i fanti,
“mai più il nemico faccia un passo avanti”.
Si vide il Piave rigonfiar le sponde!
E come i fanti combattevan le onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
Il Piave comandò: “Indietro va’ straniero!”.

Quarta strofa:
E indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento
E la Vittoria sciolse le ali al vento.
Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro e Battisti.
Infranse alfin l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore.
Sicure l’Alpi… libere le sponde
E tacque il Piave: si placaron l’onde.
Sul patrio suol, vinti i torvi imperi,
la pace non trovò nè oppressi, nè stranieri


giovedì 7 novembre 2019

THE IRISHMAN

Una cipolla.
Tutti la usiamo in cucina per impreziosire piatti succulenti, per dar gusto, per animare il palato. Avete mai sbucciato una cipolla? Al di là della commozione indotta dall'infiammazione dell'iride si presenta in strati sempre più teneri ed intensi. Tanto che di solito la buccia si butta direttamente nell'organico.
Martin Scorsese per noi cinefili incalliti è la cipolla della settima arte.
Non perchè si adatti a qualunque piatto ma perchè con la sua maestria da sempre insapora il menù, ricco o meno che sia. Anche nelle opere meno riuscite è difficile non trovare uno o più spicchi della sua immensa bulimia culinaria, immaginifica. Un Tarantino antelitteram. Un "classico" in vita. Il Regista.
Non si può non amare questo cineasta per ciò che ha espresso negli anni generosi della sua maturità artistica. Non è difficile vedere nel Joker di Phoenix il Travis Bickle di Taxi Driver. Non a caso la scelta della produzione della fortunata pellicola, genesi della nemesi di Bruce Wayne, di ambientarla nei fecondi anni 70.
Veniamo all'oggi. Scorsese culla il sogno di una reunion, di un canto del cigno per il genere che lo ha consacrato con pietre miliari come "Goodfellas" e "Casinò" ma necessita di un cast strepitoso e di tanti soldini per far le cose per bene. Ecco entrare con capitali freschi Netflix, non nuova ad operazioni del genere soprattutto dopo il meritorio recupero del montaggio di un Orson Welles d'annata piuttosto che il successo suggellato agli Oscar di Cuaron con "Roma".



Con il grano in saccoccia il buon Martin può fare la spesa e imbandire la tavola con i commensali a lui cari. Il pranzo è servito? Eccome! Dall'antipasto che richiama le pellicole sopracitate si passa ai primi e secondi che nel suo stile puro presentano piatti semplici ma farciti d'ingredienti sapientemente cotti, cucinati a dovere. Ma questa volta il dolce manca. Alla festa iniziata quasi trent'anni fa con ascese italoamericane allo scranno della Mafia si sostituisce la lenta agonia di una casta che per perdurare mangia e digerisce sè stessa, senza più voracità ma con freddezza disumana. La violenza elegiaca di allora si trasforma in veloce esecuzione chirurgica. Fino all'atto finale, al non ritorno, al Padrino senza anima.
Scorsese sceglie sorprendentemente un registro televisivo per salutare la sua brigata, quasi sia Netflix stessa a suggerirglielo, piuttosto che imporglielo. La sua regia geometrica, barocca, purista si piega al formato del piccolo schermo non rinunciando però alla ricchezza di un accurato montaggio che risalta la prova degli attori, amalgamando come solo i grandi chef sanno fare le varie portate del menù. Molti non ricordano che il regista americano per eccellenza non è un autore. Lui trasforma le idee di altri, le elabora per immagini, le spoglia, le impreziosisce. Con un suo ritmo, con una sua idea di cinema in movimento. Un'artista fa questo a prescindere dalle critiche. E Scorsese verso il suo tramonto abbandona sorprendentemente la sua cifra per piegarsi al nuovo mezzo. Lo piega alla storia che racconta. Qui non si fa un capolavoro, ma si partecipa ad un'elegia; potente, nichilista, necessaria.
Sapendo di avere ingredienti di prima qualità lascia spazio ai primi e medi piani per salutare al meglio la meglio gioventù di una volta.
Tra un Pacino gigione nel sanguigno ruolo di Hoffa, un Pesci ritornato, rinato, donato allo spettatore adorante, la grande e definitiva performance appartiene al preferito di sempre: un Bob De Niro capace d'indossare una maschera di misura e distacco che suggella dopo anni di pessimi ruoli la capacità di riscatto totale. Qui veramente si fa Cinema. Non importa il mezzo, nemmeno lo streaming, neppure le polemiche fittizie sulla distribuzione sul grande schermo.
Al grido di capolavoro si vende la merce in questo mondo globale e tecnologico.
Ci drogano con cultura scadente, ammuffita, nel migliore dei casi reinventata. Il microonde.
Qui il nostro alfiere ci offre una grande abbuffata che ci lascia con il sapore amaro; quella sensazione che dall'inizio di quest'opera così malinconica, o meglio rattristante, narra di grandi amicizie, di destini scritti, di favori richiesti.
La Mafia attraversa la storia americana, si adatta, si trasforma, si sacrifica, si trasmuta. E gli stessi uomini che un tempo si glorificavano nella violenza e nel potere qui attraversano la vita con lo scopo di preservare il proprio posto senza dare spazio significativo alla famiglia, ai figli, al futuro. La preservazione della specie, neppure la prosecuzione. Il nichilismo al potere. Irishman non si pente, non tradisce, non emoziona. La figlia lo giudica costantemente fin da piccola. E' uno specchio dove non ha mai il coraggio di riflettersi. Fino alla fine. Non c'è spazio per la redenzione, nè per la pietà.
Molti si aspettavano un ruggito del regista che fu. Altri un 'ennesima beatificazione dei suoi personaggi più famosi.  Martin ha preferito il viale del tramonto.
"Quello che va fatto deve essere fatto...". Un imbianchino fa sempre la sua figura.
Possono scrivere che dura più del dovuto, possono scagliarsi sul ringiovimento digitale degli attori, possono attaccare la regia piatta, televisiva, possono urlare che non è un capolavoro.
Possono sbraitare quanto vogliono ma pochi dicono che questo è il migliore Scorsese degli ultimi anni, concentrato sui suoi personaggi, sulle storie, sulla Storia, sulla mortalità delle idee.
Non rimarrà scolpito nel tempo, ma probabilmente sarà il suo canto del cigno.
Nel suo habitat naturale. Un'oasi senza più miraggi, nè predoni. Una grande pozzanghera dove le anime non cercano neppure scampo. O se lo fanno è tardivo.
Se questo non è grande cinema senza esserlo ditemi cosa siamo diventati. Pretese. Aspettative.
Da fine mese su Netflix. Guardatelo. Poi odiatemi o voletemi bene. Ma guardatelo. Con impegno. Altrimenti tanto vale accontentarsi dei vari Joker.
Il cuore della cipolla.
Gustatelo. Ma prima di arrivarci vi tocca la buccia e qualche strato meno saporito.
Re per una notte.
Re per sempre.

"Sul sentiero tra le dune ho incontrato mia madre,
 lei però non mi ha visto. Parlava con un'altra
 signora e ho sentito che diceva: tutti
 qui mi trovano simpatica.

 Sapevo che era vero per il rumore
 delle conchiglie sbriciolate sotto i suoi piedi.
 Poi ho visto mio fratello e il mio fratellastro
 in cammino con il mio stesso passato,

 caos e inquietudine. Il Mare del Nord schiumava
                  selvaggio.
 Attraverso di loro vedevo il sentiero. Vorrei trovare
                ora un tesoro,
 un dente di narvalo portato a riva, o dell'oro,

 e tutto tornerebbe a posto."

                                                                                 Cees Nooteboom

lunedì 7 ottobre 2019

ONCE UPON A TIME IN... HOLLYWOOD

Quentin Tarantino.
QUENTIN TARANTINO.
Insieme a P.T. ANDERSON il più grande narratore americano della nostra storia filmica recente.
Scrive, dirige, cita, si autocita, incensa, s'incensa, trasforma, si trasforma, trasfigura, si trasfigura. Fa sempre lo stesso film, rifacendolo. Marchia con il suo inconfondibile tocco, reinventandolo. I critici più miopi aspettano un suo tonfo, i fan lo adorano, gli spettatori lo premiano, i cinefili lo difendono.
Il motivo di tanto interesse si vede in ogni sua opera proiettata sul grande schermo, in ogni canzone suonata dalle casse incassate in sala, in ogni dialogo pronunciato dai "suoi" attori. Come per i grandi maestri del passato Tarantino ama i suoi protagonisti coccolandoli in lunghi primi, medi piani quasi onirici; loro lo ripagano con performance sempre al di sopra della loro calatura, dimostrandogli affetto e riconoscenza.
Di Caprio e Pitt si presentano ai nostri occhi come i divi che da tempo conosciamo per scivolare lentamente nei loro personaggi, nelle loro ossessioni, nel loro personale viale del tramonto. Ambientato in un' epoca spensierata e profilica del cinema di Hollywood il regista sceglie il mondo del filone dei cosiddetti film di serie B per travolgerci amorevolmente con la sua passione in merito. Tra titoli veri, presunti, o reinventati la citazione perennemente latente degli spaghetti-western nazionalpopolari adorati dal nostro.
Difficile non notare che nell'episodio centrale del film, ove Di Caprio cammuffato in modo alquanto ironico somigli molto al Franco Nero di Django...
Ma questi al solito per gli scrupolosi spettatori sono giochi(ni) di specchi (per le allodole?!) che impreziosiscono il quadro d'insieme.
Stimoli ed imput disseminati in tutte le sue opere così dannatamente generose da divenire a volte elefantiache per brevi momenti.
Ma dopo l'ultimo western lento e gore qui troviamo leggerezza e scanzonata volontà di omaggiare ancora una volta, più che un genere, un periodo.
Per affinità puramente emotive in qualche modo mi ricorda l'amorevole atto di risarcimento verso un filone, incarnato dalla chimera Pam Grier, in quel piccolo capolavoro di "Jackie Brown". Non a caso venuto dopo la pioggia di premi, riconoscimenti, adulazioni per Pulp Fiction. Il nostro sa decellerare ma soprattutto piega con volere e potere commerciale la sua autorialità al pubblico senza rendere conto, o minimamente, ai suoi finanziatori.
Caso più unico che raro a Hollywood. Caso chiuso. Lunga vita a Quentin.
In tutto questo andirivieni da set confusi, case sfarzose, alcool invitante tra sedani e carote, c'è spazio per la Storia. Come in Bastardi ed in Django il mastro dirimpettaio deicide di affiancare il racconto di quegli anni con la tragedia protagonista la Tate, Polanski e la setta di Manson. Al solito lo fa a modo suo piegando le correnti narrative in salsa pop, pulp, porn ad una trasfigurazione oscena della realtà, accettabile unicamente per la potenza fascinosa di una costante messa in scena continua, finta, paradossale, enfatica, ma così dannatamente funzionale. Un romanzo esplosivo. Una parabola discendente con lieto fine. Un' ennesima riscrittura di una storia, non la Storia, con un' elegante escamotage, con la geniale riscrittura tarantiniana di un possibile finale alternativo. Un omaggio delicato, sentito, generoso a un mondo esploso nella notte dell'efferato omicidio di Sharon Tate e del bimbo in grembo che Tarantino da grande affabulatore sa essere spartiacque tra un C'era una volta e dopo.
Sinceramente, ancora una volta, non comprendo come si possa richiedere di più ad un'opera di tal genere, ad una filmografia particolare, unica, appassionata quale quella di questo immenso regista, narratore.
Plasmare storie è cosa da professionisti.
Reinventare storie è cosa da studiosi.
Integrare storie con fiction è cosa da artisti.
Mettere d'accordo pubblico e critica è cosa da acrobati.
Riuscire ad essere sè stessi trasmutando è cosa da trapezisti.
QUENTIN TARANTINO è un passionario e un ricercatore che ama il Cinema, lo onora, lo plasma e ce lo vomita in ogni sua opera in una cottura diversa, più o meno misurata, ma sempre attenta a non essere indigesta.
E quando lo è a tratti lo si scusa per la sua immensa generosità.
Lunga vita al Re.
Lunga vita ad un cinema che si racconta senza logiche commerciali, senza confini, senza paura.
Tate/Robbie coricata al cinema che rivede sè stessa sullo schermo con primo piani dei piedi annessi è l'essenza della firma del regista come i dialoghi a volte prolissi in situazioni specifiche e poco avvezze al pubblico pagante ma su queste ricamature autoriali il trave portante è altro.
E' il Cinema.
L'amore per lo schermo, per la narrazione, per l'arte di saper coinvolgere.
Mettiamo questa arte da parte come la sigaretta senza filtro imbevuta d'acido.
Un giorno, non lontano credo, apriremo lo scrigno dei ricordi ed in mezzo ad altre riconoscendola, fumandola con lunghi boccate, ci abbandoneremo
al suo effimero gusto, alla sua transitoria essenza.
Può essere ci salvi la vita come con Cliff... Ma meglio imparare anche a schioccare il palato e nel contempo saziare la fame di un mastino dei migliori.
Come in "Vizio di forma" di Anderson con uno straordinario Phoenix gli hippies ci salveranno o ci condanneranno. Come il Drugo dei Coehn.Come Manson e la sua setta. Come miriadi di personaggi prima e dopo.
Lunga vita ai narratori!
Once upon a time...

lunedì 30 settembre 2019

APOCALYPSE NOW The Final Cut

The horror... The horror...
Si chiude come un cerchio disegnato sulle note dei Doors ciò che tre ore prima si era aperto sulla stessa "fine" prima del viaggio del capitano Willard.
La terza e definitiva versione del capolavoro di Coppola è la sintesi perfetta della sua opera monstre, grazie al sapiente montaggio e alllo straordinario recupero dei suoni originali attraverso una nuova rimasterizzazione. Difficile rimanere indifferenti alle esplosioni delle bombe piuttosto che alle eliche degli elicotteri; ancor meno alla famosa scena supportata dalla Cavalcata delle Valchirie. Ma stupisce ancor di più le mosche che gironzolano incessanti sul fiume ed intorno alla testa liscia, quasi un richiamo ad "Alien", di dio Brando.
Dettagli che impreziosiscono il quadro d'insieme, un "Cuore di tenebra" che costò caro al regista italoamericano per poi diventare un cult assoluto nella storia del cinema.
La sintesi tra la versione originale del 79 ed il Redux del 2001 è un compromesso tra minutaggio e montaggio che avvalora la prima e allegerisce la seconda, mantenendo l'ampia parentesi politica francese senza eccessive zavorre narrative. Proprio questa scelta sancisce la supremazia di questa versione introdotta dallo stesso Coppola a distanza di 40 anni dall'uscita ufficiale come non la migliore, ma lo è, ma come quella che con il filtro del tempo lui avrebbe voluto presentare da subito.
Per chi non conosce la genesi di questa mastodontica opera filmica rimando al libro della moglie Eleanor Coppola piuttosto al documentario di sua stessa realizzazione "Viaggio all'inferno", non facilmente reperibile ma esauriente per le vicissitudini affrontate dalla troupe. Un film nel film.
Operazione commerciale o meno non si può che godere della possibilità oggi di rivedere classici senza tempo sullo schermo cinematografico ancor più in questo caso valorizzato da una proiezione in versione originale con i sottotitoli. Possiamo avere i migliori doppiatori del mondo ma non si può sostituire minimamente le inflessione recitative di un qualsiasi Brando/Kurtz. In più molti non sanno che il doppiaggio per forza di cose soffoca quasi sempre il suono circostante o lo limita riducendo comunque la nostra percezione del girato originario. Attraversare il fiume fino la Cambogia piuttosto vivere l'episodio dell'apparizione della tigre nella giungla non ha eguali per coinvolgimento e pathos.
Sul senso dell'opera in quattro decadi molti hanno scritto frasi, righe, parole più illuminanti di quello che posso esprimere oggi ad un giorno dalla visione.
Rimane come sempre di fronte questi totem benedetti la straniante sensazione di essere di fronte a qualcosa di irripetibile, unico e trascendentale. In un 'epoca come la nostra incapace, nonostante la tecnologia, di ambire a pellicole culturali ma altresì commerciali l'apocalisse di Coppola rimane pietra di paragone di un cinema estremo, allucinante, sapiente. Un miracolo di equilibrio e sintesi in un viaggio di tre ore in una guerra assurda, in situazioni assurde, in un caos disordinato che in qualche modo con fini astuzie narrative abbraccia la vita intera. Noi spettatori ci riconosciamo in Willard volendo essere Kurtz.
Animali e dei.
Il nostro cuore. Le nostre tenebre.
Conrad aveva visto lungo e Coppola lo ha reso vivo più che mai.
L'immenso Kurtz/Brando con il suo elefantiaco carisma va a braccetto con l'utopica conquista di Fitzcarraldo/Kinski. Cinema di altri tempi, prove fisiche ineguagliabili.
Su quel fiume verso un non luogo tutta la vita e la morte scorrono davanti in un straordinario percorso che solo il perfetto incontro tra narrazione, immagini e suono può raccontare in una storia di meri fallimenti.
Ma come Kurtz ripete a qualcuno tocca questa infame parte nel continuo macabro percorso umano. Cercando la luce nella poesia, nella luce, nella riflessione.

Una luce mai più così splendente ed avvolgente grazie al lavoro del maestro Storaro.
Apocalypse Now è un viaggio dentro noi stessi.
Con cuore, nelle tenebre.
Non si torna indietro, ci si
trasforma.
L'orrore a volte necessario ha un prezzo disumano, catartico ma profondamente segnante.
Tutto è scritto ma tutto in questa immensa opera è dannatamente potente.
The end...

venerdì 9 novembre 2018

FIRST MAN

Chazelle è un regista straordinario.
Basterebbe questo per molti spettatori.
Chazelle è anche sceneggiatore.
Bene.
Chazelle al terzo film vira.
Bravo.
I fan di Chazelle rimangono interdetti. Critiche tiepide, qualche sbadiglio.
Dicono che all' allunnaggio abbia preferito l'intima vita del protagonista. Che palle.
Dicono che la minuzia doviziosa dei dettagli premi il passato analogico.
Dicono che Gonsling sia all'ennesima prova da manichino.
Dicono che uffa che barba tanto sappiamo come va a finire.
Perplessità.
Un' opera immensa che pretende concentrazione ma che ripaga sotto ogni aspetto anche se s'inserisce nella malinconica poetica del regista statunitense.
Whiplash come uno schiaffo, La la Land come una calda carezza che scema ed ora First Man come una stretta di mano che nello stesso tempo conforta e rincuora.
Resilienza.
Amstrong raggiunge la luna per elaborare un lutto.
Un'opera che parla metaforicamente dell'allunaggio di ognuno di noi di fronte al dolore sconfinato di questa vita. Un percorso diverso ma tracciato e fondamentale per comprendere il tragitto verso la meta e soprattutto per ricominciare.
Protagonista femminile eccezionale.
Chazelle dirige lasciando la scrittura, rafforza il nostro legame con Amstrong, ci trasporta nel buio siderale per donarci una flebile speranza che nel finale diventa luce morbida, persistente.
Lo fa con un'abilità rara che a 33 anni di età può solo far commuovere.
Alla stessa età Amenabar girava Agorà.
Emozioni compresse in una tuta spaziale, in un silenzio assordante.
Stati d'animo che soffocano nell' automatismo di una ricerca che va oltre l'umano, che ci fa comprendere quanto resistenti possiamo essere.
La tragedia di un uomo, l' elaborazione di un dolore, la sua luna.
Una storia che abbraccia tutti noi attraverso sfumature diverse.
La politica, la concorrenza, il sacrificio, la volontà sono importanti ma rimangono sfere intorno alla sua luna.
La luna che opprime prima e resuscita dopo.
Un'opera preziosa che riconcilia con il cinema intimista.
La La Land del dolore.
Lunga vita a Chazelle.

mercoledì 29 agosto 2018

MISSION IMPOSSIBLE FALLOUT

Tom Cruise è Mission Impossible.
Possiamo girarci intorno, lodare o criticare la serie ma sappiamo tutti più o meno chi è il deux ex machina dal 1996 in avanti; anno del primo capitolo diretto nientedimenoche dal grande Brian De Palma.
Per la storia della saga rimandiamo a wikipedia o ai vari mymovies, a noi la base comune nonchè chi ha realmente voluto, cavalcato, incarnato l'action contemporaneo e forse moderno finora.
Un uomo che dal sorriso castorino da 36 denti in "Top Gun", passando a Kubrick in coppia con la moglie Kidman, abbraccia da vent'anni almeno blockbuster che prima di essere materia sono simulacri di sè medesimo. Un corpo attoriale che nonostante il tempo si fà carico del peso della pellicola traghettandola sempre in mari conosciuti, calmi, ricchi. Un attore dalla mimica minima che fa recitare i muscoli, non facciali, che rincorre, corre, salta, travolge, sopravvive nei suoi film come nella sua vita artistica; portando sempre a casa la pagnotta. Un divo.


Quindi? Quindi questo nuovo capitolo rassicura i fan, rincara la dose ma soprattutto trova un equilibrio appagante tra la spy story, il romanticismo, il divertimento e Cruise stesso. Merito di McQuarrie regista solido ma sceneggiatore ancora più interessante e misurato. Abbandona la commedia spinta ridimensionando l'esuberanza di Simon Pegg, addolcisce il personaggio principale di Ethan Hunt, rende omaggio alle figure femminili senza raccontarle in modo banale. Per un blockbuster di questo livello niente male. Si avvicina ai capitoli di Bond/Craig accarezzando la loro eleganza formale senza dimenticarsi mai l'origine operaia dell'intera saga. 007 è solo mentre Hunt si avvale di un nucleo oserei dire famigliare. Questo fa tifare per le missioni impossibili di Cruise, godendo sommessamente per quelle un pò onanistiche di Craig. Interessante coglierne però le similutudini, le assonanze.
Come nei film precedenti la bulimia prende il sopravvento in un tripudio di situazioni, parole, colpi di scena, acrobazie, spiegazioni. Ma qui succede con un equilibrio che rende giustizia sia al personaggio sia al suo background sia al pubblico godereccio; un gioco di ribaltamenti che chiede l'attenzione dello spettatore sapendo maliziosamente di pagar pegno in una sospensione dell'incredulità sorprendente, spinta ma alla fine compiacente.

L'asticella si è alzata; Cruise può solo cadere (Fall...) ma per ora con volontà e costanza le prende, le dà, fugge, le riprende, per poi tentare nuove acrobazie omaggiando le vecchie. Un funambolo che resiste e s'immola; un cinema puramente d'intrattenimento che nello schermo cinematografico trova la sua massima espressione, tra decine di location, panorami mozzafiato, inseguimenti infiniti, combattimenti coreografati. Il vero blockbuster americano senza paura, senza fronzoli e senza ma. King Tom si mette le sue scarpette con tacco come il nostro Berlusca sfidando ogni corrotto possibile senza paura, senza tentennamenti, senza mimica. Uno straordinario viaggio di due ore e mezzo che stordisce, incanta, contorce, ammutolisce. Come nelle migliori serie tv odierne un ritmo che non fa prigionieri lasciando spazio ad un intricato puzzle dove Hunt/Cruise si aggrappa con tutte le sue forze, non avendo paura del tempo che passa e con lui un tipo di cinema anacronisticoche regge, rincuorando il suo pubblico, mitizzando la figura dell'eroe senza macchia. Il team prima di tutto e tutti. L'amore sacrificato per salvare l'umanità.
Visto in uno stratosferico 3D fa il suo dovere di perfetto meccanismo d'intrattenimento hollywoodiano.
Cruise continua baciato dall'eterna gioventù dell'anima; proprio lui che aveva esordito con "Fuori i vecchi... I figli ballano".
Poco importa. Importa immergerci in un mondo altro per due ore e dimenticare tutto. Tornare al nostro reale più sollevati o semplicemente più leggeri.
Perdetevi nello schermo, fatevi questo regalo. Riemersi, poco o nulla ricorderete tra nomi e situazioni ma rimarrà in voi un senso di estasi, un' esperienza sensoriale, a tratti frastornante. Il potere del cinema al cinema. Ritornare bimbi. Con i buoni che vincono. Sempre.
Questa recensioni si autodistruggerà tra cinque secondi...5...4...3...2...1

giovedì 23 agosto 2018

CIVILTA' PERDUTA

Viviamo in anni bui dove pochi squarci di cinema puro riescono ad illuminare il cielo fitto di nubi.
Tra blockbuster inutili, vuoti, empi e serie tv sempre più roboanti, consumistiche e abbaglianti ogni tanto il paziente tintinnio della speranza bacia i nostri occhi stanchi e spenti.
Ci pensa James Gray a darci una boccata d'ossigeno con un'opera anacronistica, fuori dal Tempo o meglio lontano da questo tempo, così fecondo ma nello stesso tempo così poco interessante. Il regista sa il fatto suo dimostrandolo in passato con ottimi film tra cui lo splendido "Two lovers" con il suo attore feticcio di allora, l'immenso Joaquin Phoenix.
Qui il racconto di un'ossessione si fa Mito tra tempi dilatati e riprese ipnotiche.
Tutto nel rimando costante ad un classicismo che non si usa più, che anzi fa paura perchè così vetusto rispetto al ritmo frenetico dell'immagine contemporanea, bulimica, a volte disturbante. Aria fresca che meritava essere vista sul grande schermo ma che conserva forza e onestà nella visione casalinga. Chiaramente il rimando al romanzo di riferimento e ai fatti realmente accaduti come sempre avvalorano la narrazione abbandonandosi ad un'esplorazione fisica e ancor più dell'anima.
Una pellicola preziosa per la sua fede nel cinema classico e immaginifico che riappacifica con il ritmo lento dello sguardo più autentico, riflettendo nello stesso tempo sul racconto e sulla ricerca febbrile di un'alternativa al conosciuto.
Ogni passo nella giungla è una promessa.
Ogni segno sul cammino una speranza.
Ogni imprevisto una sfida.
Questo è un film da assaporare, godere e centellinare come acqua fresca, limpida in un deserto di opere gridate, povere e superflue.
Per questo visto da pochi, pochissimi; un progetto in partenza kamikaze.
Ma la poesia vera è maneggiata da pochi incoscienti, soprattutto al cinema; soprattutto nel cinema indipendente americano.
Lunga vita a Gray, al suo lavoro, alla sua potenza visiva, alla sua abilità narrativa.
Lunga vita a noi spettatori che crediamo ancora in un cinema che sogna con ambizione prendendosi il tempo che deve e fregandosene della velocità esasperata del quotidiano.
Come un romanzo romantico, come Conrad ed il suo cuore buio, come Coppola e la sua apocalisse, così Gray pone il suo sigillo alla ricerca di una civiltà distrutta dai barbari e rinnegata.
Siamo sicuri che loro erano i barbari e noi i moderni?
Gli spettatori di oggi cosa sono? I nativi digitali che guardano film a consumo sui tablet?
La civiltà perduta che rimpiango è quella della mia adolescenza dove andare al cinema era un rito, dove parlarne con gli amici era un'occasione di scambio, dove la velocità era un lusso. Ora tutto è troppo, tutto è subito, tutto ci asfissia senza possibilità di ragione critica, senza molte volte la voglia di trasmettere la sensazione di una cosa bella agli altri.
Si stava meglio quando si stava peggio.
Cuore di tenebra nei nostri occhi così stanchi, così chiusi, così arrendevoli.
Voglio lontananze d'azzurro cantava Battiato...
Poesia senza fine.
Giungla d'asfalto.
Aspettando i barbari.
Perduto amor.
Mr. Gray...

 https://www.youtube.com/watch?v=4MXtEAAwC2A