giovedì 13 luglio 2017

THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE

Ape-calypse now.
Il graffito appare due volte nei sotterranei della fortezza mentre un manipolo di primati cerca di architettare un piano di fuga. La grande fuga.
Cesare ha trovato il suo personale colonello Kurtz. Una vendetta che sa di umano ma si dipana come la più classica disputa tra scimmioni impulsivi.
In continuità agli episodi precedenti Matt Reeves conclude la trilogia del reboot dedicato al ciclo degli anni 60 con il botto. Non vogliamo minimamente pensare che in mezzo ci sia stato il deludente se non penoso remake a firma dell'amato fu Tim Burton; peccato di gioventù o inizio della metà oscura di una carriera fin lì promettente se non entusiasmante.
Con poche sbavature ed un equilibrio quasi sempre sentito qui si respira l'aria del Classico. Incipit folgorante che per la prima mezz'ora  presenta i fatti con poche parole e tanta azione; quasi un western. Poi la pellicola vira in war movie con rimandi alle nefaste torture tipiche di belligeranti poco inclini alla diplomazia. Ma con una efficace e sottile narrazione avviene il miracolo di presentare una storia semplice ma con sfaccettature rilevanti se non proprio fondanti. Un cattivo vero ma realistico interpretato al solito da un più che convincente Woody Harrelson; un racconto mai banale ma diretto, senza filtri nè orpelli; un finale catartico, inaspettato, forse desiderato che celebra la speranza e la volontà di rinascere.
Per certi versi personaggi bidimensionali ma specchi del desiderio odierno di massificazione e ritorno al fascismo delle barriere, dei muri, del diverso fino a sacrificare i propri simili. Il fantasma di Koba torna per sancire l'idea di un unione che tormenta il branco di fronte alla cecità degli umani divisi.
Molte storie s'intrecciano sapientemente gettando in un film di genere più di una riflessione su un possibile futuro capace di porre dilemmi morali e domande profonde. Un' azione produce sempre una reazione che forma una spirale di azioni che a loro volta possono soffocare e perdersi in un rivolo o divenire nell'immediato o nel tempo torrente pieno o fiume lento.
In questa basica giostra di emozioni animali quindi umane con linguaggi differenti, verbali, vocali o gestuali la tecnica regna sovrana ancor più che nei due episodi precedenti. Andy Serkis riprende ancora una volta la sua creatura e con uno straordinario motion capture porta alla perfezione un' espressione strabiliante che rende Cesare e le creature sue compagne un tripudio per gli occhi e per il cuore degli spettatori estasiati.
Un'opera letteralmente cinematografica.
Ci sono sempre meno blockbuster capaci di stordire ma nello stesso intrattenere, far riflettere. Un peccato votato al dio marketing che brucia sull'altare della qualità molti possibili progetti che possono arricchire la platea.
Si possono fare molte analisi su questo film in particolare ed ancor più sull'intera trilogia ma sarebbe un peccato rinunciare a godere dell'immaginario cupo, ricercato, dettagliato che ci ha regalato con tanta generosità e convinzione.
Un cinema per il grande pubblico come una volta si faceva; avercene.
Tra i nuovi e vecchi personaggi portiamo nel cuore la parte dolce dell'umanità impersonata dalla bimba adottata e la buffa scimmietta con il piumino che a sua volta rappresenta la curiosa bontà della parte più idealistica degli animali.
Ma ci tocca fare i conti con il nostro personale cuore di tenebra; sinceramente la guerra sembra fuori ma in realtà ci precede, ci sorprende, ci surclassa perchè procede continuamente dentro di noi.
La Natura ci domina prima silenziosamente poi assordante come ultimo giudizio.

"La conquista della terra, che in generale vuol dire portarla via a chi ha una pelle diversa dalla nostra, o un naso un pò più schiacciato, a pensarci bene non è proprio una bella cosa. Ciò che la riscatta è soltanto un'idea.
Un'idea che la sostenga".

Joseph Conrad ( Cuore di tenebra)

venerdì 12 maggio 2017

ALIEN COVENANT

All'annuncio di Sir Ridley Scott anni orsono di rimettere mano alla sua saga più famosa noi fan eravamo estasiati; poi vedemmo PROMETHEUS e delusione e rabbia presero il soppravvento. Erano talmente alte le aspettative che era così semplice schiantarsi o risvegliarsi in modo brusco da un incubo che abbiamo accarezzato nei nostri anni adolescienziali. Troppo semplice a volte pretendere che certe opere non vengano scomodate, ritoccate o rifatte in questi tempi avari di originalità, asserviti completamente al ritorno al botteghino sempre più ricattatorio e diabolico. Lasciate stare, parlando del nostro, capolavori come BLADE RUNNER e ALIEN...
L' aspettativa: la grande forza trasformatrice di qualsiasi opinione.
Il primo sequel si è schiantato sulle nostre attese tanto da cancellare quasi completamente nel mio caso la ricchezza visuale, pena una sceneggiatura debole e farraginosa. Ma rivisto pochi giorni fa casualmente mi ha in parte riappacificato con la maestria registica, affiorando la potenza oscura del pessimismo che traspira nell'intera pellicola; cosa che accade anche in questo secondo capitolo, stemperata in parte da una parte action decisamente più brillante. Ma qui una delle fondanti differenze con il materiale originale; l' eroina Ripley incarnata dalla Weaver sconfiggeva la creatura o perlomeno dava una speranza all'umanità in cerca di una nuova casa. In questi prequel/remake l'umanità è completamente in balia dell'universo, della creatura, dalla sua stessa tecnologia incarnata con sapienza dal sintetico interpretato da Fassbinder, già personaggio chiave di PROMETHEUS. Le figure femminili che rimangono fulcro dell'opera vengono protette da intelligenze artificiali ossessionate dalla ricerca di un senso; qui, come letto in altra fonte, il David artificiale rimanda al bimbo di A.I. di Spielberg/Kubrick. In attesa dell'incarnazione automa basica del famoso Bishop della pellicola originale. Personaggi creati dalla superiorità capitalista della Weiland Corporation; ad altri l'approfondimento di un universo che replica gli infimi meccanismi arroganti terrestri.
Un sequel del prequel che migliora di gran lunga il precedente di cui però non può trascendere completamente; lo schema si ripete senza vergogna ma la scrittura si equilibra in parti più fedeli agli originali, prendendo come esempio anche ALIENS di Cameron. Una sorta di remake vero e proprio che rispetta sè stesso aggiornando soprattutto la straordinaria performance del reparto effetti speciali, resi spettacolari dalla mano sapiente di Scott.
Un film di genere robusto e godibile. Per chi si aspetta una rifondazione della saga o del genere risulterà deludente; ma mi domando al secondo prequel che cosa vi aspettate? Io sinceramente poco ed eccomi invece sorpreso.
L'aspettativa... Questa brutta bestia capace a volte di trasformare, offuscare o cambiare opinione velocemente creando pregiudizio o addirittura cecità.
Non credo che Scott avrà ancora la fortuna di regalarci un capolavoro prima di partire sulla sua Nostromo ma sono felice se dopo parecchi film dimenticabili e brutti riesca ancora a fare prodotti di genere di questo tipo, un genere che annaspa tra tentativi non all'altezza o banalità preconfezionate.
I dubbi sintetici di David/Fassbinder meritano approfondimenti anche se in parte sembrano zavorrare la storia; sono squisitamente riflessioni umane che sfociano in azioni devastanti in nome del potere o semplicemente di un amore incondizionato riconducibile alle porte del Valhalla.
Alla fine sarà Byron o Shelley a cambiare il corso della storia?
Liberatevi dai pregiudizi, vedetelo sullo schermo cinematografico, perdonate Ridley Scott per ciò che poteva regalarci in tutti questi anni, preferendo una comoda oziosa decadenza.
Gli sceneggiatori di qualità scarseggiano, i capitali sono investiti solo in progetti di sicuro ritorno (vedi i cinecomics), la voglia di andare in pensione non sfiora molti artisti. Gli autori ci salveranno? Mi viene in mente a riguardo INTERSTELLAR e me ne sto zitto.
Da fan della saga v'invito chiaramente a vederlo e farvene una vostra opinione.
In etere potete recuperare varie critiche illuminanti ed interessanti che aprono riflessioni su parti del mondo ALIEN piuttosto che solo su passaggi particolari.
Non si può sfuggire a qualcosa che nel bene e nel male ha segnato il genere, fecondando menti e corpi. Prometheus...Covenant... Nostromo.
L'ingresso al Valhalla degli Dei...



venerdì 27 gennaio 2017

SPLIT

                                                   

Sesto senso. The village. Unbreakable. Ora Split. In mezzo film dimenticabili nel migliore dei casi o semplicemente brutti. Ma sempre la possibilità e la strafottenza genuina di raccontare storie originali, interessanti, disturbanti. Questo regista capace di strabiliare e manipolare hollywood rimanendo sè stesso ogni volta si chiama M.Night Shymalan. Un autore capace di rimodellare il cinema di genere con una dimistichezza qualitativa fuori dal comune; un affabulatore che sceneggia le sue storie compiendo uno sposalizio spesso riuscito con la tecnica di ripresa cinematografica.
Attraverso un incipit potente siamo in un attimo trasportati dentro la mente del complesso protagonista; un disturbato James McAvoy accetta la sfida onerosa per un attore che deve scindersi in più parti:" Io sono una moltitudine"Pessoa docet. Scopo raggiunto senza lode ma con efficacia e puntigliosità, performance che aiuta la pellicola a rimanere in equilibrio senza eccedere in sbavature pericolose e derivanti. Abituati ormai  ad impressionarci quasi mai, qui seguiamo il filo conduttore senza cali di tono, irretiti dalla formidabile ragnatela tessuta dalle diverse situazioni che si mescolano, contaminando il thriller con venature horror e fantastiche. Marchio di fabbrica del regista che impressiona qui per diligenza e costruzione del pathos. Al protagonista risponde la vittima sacrificale di turno, una carismatica Anya Taylor Joy che aveva già nel'anno passato prestato il suo viso enigmatico a quel piccolo immenso capolavoro horror di "The witch". Probabilmente Split non è e non diverrà una pietra miliare del thriller ma conferma un autore ritrovato e ridona linfa ad un genere negli ultimi anni abusato e raramente trattato in modo stimolante come invece accade qui.
Sicuramente consigliabile la visione non doppiata per le performance attoriali ma in mancanza di possibilità questa è una pellicola da godere nel buio della sala per la capacità del regista di creare l'atmosfera attraverso immagini, suoni e musica avvolgenti. Usciti dal cinema la sensazione di consigliare, parlare o semplicemente di approfondire l'argomento è forte. Obbiettivo raggiunto per il cineasta Shymalan che non demorde e rilancia la sfida cercando una nuova strada ancor più ardua se possibile. Nel buio di una hollywood capace solo esclusivamente di sequel, prequel o re
boot il nostro rimane una falena di luce drogata. Avercene e soprattutto difenderli e premiarli anche quando scivolano, cadono; per goderne la risalita. "The village" per chi scrive è il diamante, "Unbreakable" il gioiello. "Split" è il ciondolo comprato al mercato ma regalatoci da una persona di cuore: un ricordo, un affetto che impreziosisce il manufatto.
50 sfumature di pirite.

giovedì 15 dicembre 2016

ROGUE ONE...la nuova speranza!

"La FORZA è con me e sono tutt'uno con la FORZA..."


Questo è il mantra che ad un certo punto della pellicola scocca la freccia diretta al cuore. Dopo la delusione del primo capitolo della trilogia ( http://diafanoide.blogspot.it/2015/12/star-wars-il-risveglio-della-forza.html ) ecco la sorpresa che non ti aspetti; il vero risveglio della Forza o come sottolineato sin dal titolo la nuova speranza che strizza l'occhio al capostipite di Star Wars piuttosto che la sensazione che la saga abbia trovato nuova linfa.
Come ben sapete questo film è ambientato nel mondo di Guerre Stellari ma slegato dalla nuova trilogia. Premessa importante per sottolineare positivamente la libertà narrativa che fortunatamente ha segnato il progetto, senza ledere lo spirito di Lucas e soci ma rimanendo fedeli al testo con citazioni deliziose e ambientazioni gustose. Dalla trilogia classica finalmente il degno erede che riscrive l'epopea con un dosaggio equilibrato tra avventura, fantascienza e mito.
Merito di una regia attenta, di un ritmo frenetico e di una sceneggiatura di ferro che sa omaggiare il vintage senza dimenticarsi di riammodernare l'intreccio. Dall'incipit vivace all'ultima scena rivelatrice il tutto fila liscio senza intoppi o lungaggini; qualche dialogo poco memorabile o situazione di collante non fanno perdere smalto ad un meccanismo che riplasma ancora una volta il mito senza tempo di un cinema che ha segnato decenni della nostra vita. La FORZA accarezza in modi differenti i personaggi e le situazioni di ricamo ma presenzia in occasioni minori ma profonde tutta l'intera trama. Quanto erano monodimensionali e fiacchi i personaggi del rifacimento dello scorso anno, quanto sono interessanti e magnetici quelli incontrati in questo racconto di sacrificio e di passaggio. Il ruolo femminile di Jyn vale una carriera e rappresenta  ancora una volta la trasfigurazione femminile di una Ribellione potente, fattibile, metaforica. L'attrice che la impersona è il vero motore trainante della storia grazie ad una bellezza selvaggia, ad un carisma primitivo che vive negli occhi perennemente espressivi; un fuoco che doma e domina ogni fotogramma non digitale della prima opera spin-off di Star Wars.
Lo stile asciutto e veloce con montaggio stile serial tv moderno è garantito  dalla stilosa penna di Tony Gilroy, adattatore magistrale della trilogia di Bourne.
La visionarietà è appagata da più mondi presentati e dalla barocca scena finale dove l'abbondanza dei dettagli pone le basi per una seconda visione.
Non sarà una pietra miliare del genere ma Rogue One si candida ad essere uno dei blockbuster più riusciti degli ultimi anni per la libertà con cui si destreggia dentro un mondo rigido,  per il pieno equilibro tra forma e sostanza, per la consapevolezza di tracciare una nuova speranza in uno schema incancrenito da regole imperiali vetuste. Il coraggio di una ribellione dosata ma osata e pensata a tavolino. Finiti i tempi del sogno spielberghiano, passati quelli di un Lucas infantile, scottati dal remake ingessato del scorso Natale, eccoci felici di assistere in una sala cinamatografica ad un'avventura che riempe gli occhi non obbligandoci a litanie noiose nè a omaggi scontati. Qui i ribelli picchiano duro e ci conquistano da subito senza giochini da prestigiatori; qui il gioco si fa duro e i duri non hanno paura di perdere.
C'è una nuova speranza nella saga e viene dalle retrovie. Mi piace pensare che abbiano aperto le finestre nei piani alti per far entrare aria nuova. Il cinema sì come piace alle masse senza essere marcatamente banale o stereotipato. Che la FORZA possa ancora accompagnare visioni future degne del mondo creato dall'unica, sola, vera prima trilogia.


Tanto tempo fa in una galassia lontana, lontana...


giovedì 18 febbraio 2016

THE HATEFUL EIGHT

Dicono sia un Tarantino minore. Dicono abbia sbagliato un colpo. Dicono sia pesante. Dicono sia lungo, noioso. Dicono sia violento senza un significato. Dicono sia un megalomane ad aver girato in 70 mm. Dicono...
Io dico che Quentin Tarantino è pura aria fresca. Io dico che questo regista come forse nessun altro negli ultimi decenni ha il potere di fare ciò che vuole, infischiandosene di fan e detrattori. Io dico che è follia non vedere quest'opera riconosciuta almeno con una nomination alla regia alla prossima notte degli Oscar. Pochi si ricordano che dopo Pulp Fiction fece per molti un passo indietro con Jackie Brown, senza capire che il passo era laterale, o meglio, trasversale. Da un punto di vista di scrittura lo sceneggiatore Tarantino decide di volta in volta di divertire iconicamente o di riflettere ironicamente. Come per la pellicola del 1997 qui torna ad un testo fitto come al solito, meno tagliente all'apparenza ma potente nei sottotesti. E lo fa continuando sorprendentemente ad affinare la sua maestria registica. Contiene i movimenti di macchina racchiudendo quasi l'intero film in medi, primi piani di strabiliante resa nella sfida vinta del formato glorioso del 70 mm in pellicola. Una sfida all'apparenza sgangherata o vezzosa ma vinta in pieno per la resa immaginifica che restituisce all'occhio rapito dello spettatore. La splendida arena di Melzo con una pellicola al dir poco perfetta ed un sonoro pulito ed eccezionalmente equilibrato rende giustizia alla fruizione in sala voluta dallo stesso Tarantino. Operazione malinconia da un lato, ma ennesima dimostrazione di come questo autore ami il grande schermo e sia in grado di reinventare copiando ed omaggiando un genere, un'era, un gusto che in altri schermi più piccoli si va a ridimensionare in tutti i sensi. Sia lode anche per questo a un sognatore mai domo.
Il gusto della narrazione è centrale e i personaggi caratterizzati da dialoghi capaci di intrattenere senza stancare; per assaporare meglio la storia sarebbe meglio prima o dopo una piccola ricerca sulla guerra nordisti e sudisti ove è contestualizzata. La politica da Bastardi senza gloria in poi è diventata parte del cinema di Tarantino; a suo modo certo.
Interpreti a loro agio che impreziosiscono il gioco teatrale messo in moto in una stanza dal burattinaio sanguinolento. Come sempre tutto funziona nel cinema assoluto del regista di Le iene
e nulla è lasciato al caso.
Rispetto a Django qui gira un western classico omaggiando la sua amata serie B, rinunciando come si è detto a certi vezzi ma rimarcando il suo tocco soprattutto nei momenti pulp o gore. Una firma che concede ai fan di vecchia data, non gratuita a parer mio in questo cammino di maturità sempre più convincente. Al di là del maestro Morricone per il genere affrontato meno musica esibita ma come sempre scelte originali ed azzeccate.
Dicevano fosse un Tarantino minore. Dicevano che avesse sbagliato un colpo.
Dicevano fosse pesante...Dicevano.
Io dico che come capita spesso solo il Tempo dirà se questa ottava pellicola sia degna di attenzione o meno. Io credo che al di là della storia e dell'importanza sia politica sia di genere questo film sia un ennesimo omaggio ad una gloriosa pagina di cinema e nello stesso tempo una gioia per chi ama la settima arte nonostante le atrocità propinate negli ultimi anni.
Quentin Tarantino potrà anche, forse, sparare un colpo a vuoto; ucciderà qualche fan, forse qualche critico. Qui ha fatto centro ancora una volta. E con uno stile cinematografico che non ha bisogno della lettera di Lincoln per deviare il fuoco. Qui non si fanno prigionieri. Qui si ferma la carovana. Qui il Mito continua aggiornando il suo meridiano di sangue.


mercoledì 16 dicembre 2015

Star Wars Il risveglio della forza?

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...

Lucas decise saggiamente di lasciare la propria creatura in mano ad altri invece che continuare a massacrarla con dedizione e cura spasmodica. Levata di scudi quando la Disney acquistò i diritti e mise il progetto in mano al nuovo re mida di Hollywood J.J.Abrahms, già rimodellatore con straordinari risultati del ciclo di Star Trek. Ma se con la serie tv di Roddenberry la sfida comportava fan incalliti ed appassionati di fantascienza in generale, qui l'asticella si alzava vertiginosamente andando a scalfire il Mito della celluloide per eccellenza. Tutto richiamava ad un'operazione sì commerciale ma garante di una continuità e di un recupero filologico della trilogia classica attraverso il cast di allora, sia attoriale che tecnico; avvalorato da un nuovo inizio, un ammodernamento degli effetti speciali ed una sceneggiatura capace di ridare linfa a personaggi completamente annichiliti dalla seconda impotente trilogia della saga. Con tanto di lancio planetario asfissiante tra patnership e stampa, ma con un trailer veramente riuscito per phatos, montaggio e mistero. Diventa interessante rivederlo subito dopo la visione del film stesso; dopo aver lasciato decantare due ore piene di un ritmo forsennato che premia generosamente il target del pubblico medio delle sale odierne. Quanto il primo era armonioso, suadente ed autoriale, tanto il secondo è ridondante, superficiale e terribilmente anonimo.
Dopo la trilogia classica dell'età adulta, segue quella infantile di fine anni 90, per arrivare all'odierna adolescienziale, perfetto blockbuster 2.0; ritmo senza pause in un 3D spettacolare dove i personaggi rimangono monodimensionali attraverso dialoghi asciutti e superficiali; messi in bocca al vecchio cast riescono a sbiadire figure colossali come Solo e Leila, nei personaggi nuovi non fanno altro che scadere nel citazionismo sfrenato, quasi mai nella ricerca di una propria dimensione. Questo Star Wars è lo specchio del cinema americano di oggi: intrattenimento al grado zero senza anima. Algido e nello stesso tempo rassicurante grazie al contributo Disney. In questo è bene sottolineare quanto sia paradossale che siano invece le pellicole di animazione, vedi Pixar, a ricercare la profondità di temi e personaggi. Una splendida occasione mancata per mio conto. Il cuore del problema oltre ad una sceneggiatura ricca ma non stratificata è la quasi totale assenza del Male nella sua forma più avvincente ( Dart Vader con solo il suo casco o il respiro) o in quella più banale e subdola( Palpatine e/o Maul). Qui con una forzatura nella storia ci presentano un molle rampollo dalla lunga chioma, carismatico come un Jovanotti qualunque. In un film che tiene comunque bene sul lato spettacolare anche senza scene madri indimenticabili, ci sono almeno due scivoloni degne del peggior Lucas. La
seconda purtroppo chiude l'opera prima dei titoli di coda.
Dov'è finito il Mito? La filosofia semplice ma profonda della Forza? La caratterizzazione potente dei personaggi della saga? Il piatto ricco purtroppo piange lacrime amare. Ma il grado zero dell'intrattenimento ha un prezzo molto alto da pagare. Non a caso negli ultimi anni i migliori prodotti di genere sono stati partoriti da registi non americani, uno per tutti "Gravity" di Cuaron. O ti chiami Nolan ( pessimo il suo Interstellar ma autoriale e scevro da logiche commerciali ferree) o Cameron che fa un polpettone poco originale come Avatar ma fotte tutti sul piano qualitativo visivo. Qui ci si riempie gli occhi di un nulla pericoloso e ripeto anonimo. Nelle sontuose scenografie peccano anche i combattimenti, soprattutto quelli corpo a corpo, come se la lezione orientale importata da Matrix in poi sia annullata in un misero balletto tra avversari da playstation virtuale. Troppe cose non funzionano e troppe poche rimangono negli occhi e nella memoria. Poco o nulla nel cuore.
Scrivere queste parole mi sconsola e le continue ferite del cinema avaro di questi ultimi anni mi rende sempre più feroce ed assetato, più malinconico e irascibile. Mi impaurisce il meccanismo celato dietro a queste macchine da guerra inarrestabili che macinano soldi e presenze appiattendo l'immaginario personale, o meglio livellandolo. Ma senza questi incrociatori interstellari il cinema oggi sarebbe morto, le sale deserte, la possibilità di una nuova speranza preclusa. Nel 1977 Lucas presentò una visione indipendente allora, figlia della sua epoca contestata ma viva, che liberò energie attraverso la rielaborazione del Mito incarnato in personaggi indimenticabili per spessore e potenza. Il nostro tempo sforna un'opera che riscrive quella storia nel peggior modo possibile; non guarda al futuro, ma ci inchioda vergognosamente al nostro presente più superficiale, incapace di rielaborare una memoria che scompare senza lasciar spazio all'approfondimento. Tutto scorre.

"Trovo insopportabile la tua mancanza di Fede"
                                                                                Darth Vader



martedì 17 novembre 2015

Roger Waters The Wall


Nelle cuffie gira "The wall" con tutta la sua forza immaginifica e psicotica. Non posso dire di essere un fan sfegatato dei Pink Floyd ma non si può essere indifferenti ad una delle band più significative del secolo scorso. Mi accingo quindi a vedere questo concerto documentario aspettandomi un grande show e poco più. Ma ecco che piacente o meno vengo colpito dalla presenza magnetica di Waters, dalle inquadrature glamour ma significative del suo viaggio verso Anzio alla ricerca del padre perduto, dalla potenza scenografica del concerto a Parigi. Un oggetto non identificato che ripropone il fascino di un album che invecchia con stile in una geometrica performance di rara ispirazione. Non solo per i fan del gruppo, ma per gli amanti della musica in generale o forse per chi cerca un altro modo di ascolto, uno spettacolo per gli occhi. Waters incide con il carisma, si avvale di professionisti di livello, abbaglia con effetti da capogiro utilizzando in perfetta simbiosi concretezza materiale e digitalizzazione delle emozioni. Il gioco esalta la visione cinematografica tra barocchismi visivi e pienezza audiofila di sconvolgente nitidezza; una battaglia tra metafore semplici ma vivide che esaltano un lp che ha cambiato la storia della musica contemporanea. Nei volti dei partecipanti al concerto lacrime, sorrisi, urli diventano smorfie di semplici individui davanti al Potere direttivo; eppure in quei visi si rispecchia l'umana emozione salvifica di fronte all'orrore, all'omologazione, al conformismo che abbraccia oggi la globalizzazione più sfrenata. Waters non vuole essere un novello Terzani anche se a tratti gioca con il fuoco, ma riesce a dare un senso al documentario sposandolo con la sua perdita prematura, ricordandoci che di fronte al muro  che ci sovrasta la memoria storica può salvarci o per lo meno aiutarci.
In un momento emotivo come questo conseguente alla carneficina di Parigi, Waters attraverso ad un muro personale che si sfalda abbatte un concetto, un ostacolo a misura d'uomo che richiama la possibilità di una speranza, al di là di credi o appartenenze. Il tutto non dimenticando l'affabulazione di uno show in stile americano, con regole ferree, studiate che forse lascia qualcosa all'emozione vera della musica nuda ma che si abbandona ad un esempio unico di ricchezza visiva. Per la testualità ed i rimandi poetici ci rimane l'ascolto in cuffia. Ma per un'esperienza fuori dall'ordinario il cinema regala a quest'opera una dimensione elegiaca di intensità monumentale; come l'assolo di chitarra elettrica che abbatte il muro interiore del protagonista Pink. Un momento emozionante che squarcia l'anima, più delle lacrime di Waters vere, ma un pò troppo calcolate in un loop che si chiude come si apre in tono circolare.


Child: "Look, Mummy. There's an aeroplane up in the sky."
Did you see the frightened ones
Did you hear the falling bombs
Did you ever wonder
Why we had to run for shelter
When the promise of a brave new world
Unfurled beneath a clean blue sky

Did you see the frightened ones
Did you bear the falling bombs
The flames are all long gone
But the pain lingers on
Goodbye blue sky
Goodbye blue sky
Goodbye