giovedì 18 febbraio 2016

THE HATEFUL EIGHT

Dicono sia un Tarantino minore. Dicono abbia sbagliato un colpo. Dicono sia pesante. Dicono sia lungo, noioso. Dicono sia violento senza un significato. Dicono sia un megalomane ad aver girato in 70 mm. Dicono...
Io dico che Quentin Tarantino è pura aria fresca. Io dico che questo regista come forse nessun altro negli ultimi decenni ha il potere di fare ciò che vuole, infischiandosene di fan e detrattori. Io dico che è follia non vedere quest'opera riconosciuta almeno con una nomination alla regia alla prossima notte degli Oscar. Pochi si ricordano che dopo Pulp Fiction fece per molti un passo indietro con Jackie Brown, senza capire che il passo era laterale, o meglio, trasversale. Da un punto di vista di scrittura lo sceneggiatore Tarantino decide di volta in volta di divertire iconicamente o di riflettere ironicamente. Come per la pellicola del 1997 qui torna ad un testo fitto come al solito, meno tagliente all'apparenza ma potente nei sottotesti. E lo fa continuando sorprendentemente ad affinare la sua maestria registica. Contiene i movimenti di macchina racchiudendo quasi l'intero film in medi, primi piani di strabiliante resa nella sfida vinta del formato glorioso del 70 mm in pellicola. Una sfida all'apparenza sgangherata o vezzosa ma vinta in pieno per la resa immaginifica che restituisce all'occhio rapito dello spettatore. La splendida arena di Melzo con una pellicola al dir poco perfetta ed un sonoro pulito ed eccezionalmente equilibrato rende giustizia alla fruizione in sala voluta dallo stesso Tarantino. Operazione malinconia da un lato, ma ennesima dimostrazione di come questo autore ami il grande schermo e sia in grado di reinventare copiando ed omaggiando un genere, un'era, un gusto che in altri schermi più piccoli si va a ridimensionare in tutti i sensi. Sia lode anche per questo a un sognatore mai domo.
Il gusto della narrazione è centrale e i personaggi caratterizzati da dialoghi capaci di intrattenere senza stancare; per assaporare meglio la storia sarebbe meglio prima o dopo una piccola ricerca sulla guerra nordisti e sudisti ove è contestualizzata. La politica da Bastardi senza gloria in poi è diventata parte del cinema di Tarantino; a suo modo certo.
Interpreti a loro agio che impreziosiscono il gioco teatrale messo in moto in una stanza dal burattinaio sanguinolento. Come sempre tutto funziona nel cinema assoluto del regista di Le iene
e nulla è lasciato al caso.
Rispetto a Django qui gira un western classico omaggiando la sua amata serie B, rinunciando come si è detto a certi vezzi ma rimarcando il suo tocco soprattutto nei momenti pulp o gore. Una firma che concede ai fan di vecchia data, non gratuita a parer mio in questo cammino di maturità sempre più convincente. Al di là del maestro Morricone per il genere affrontato meno musica esibita ma come sempre scelte originali ed azzeccate.
Dicevano fosse un Tarantino minore. Dicevano che avesse sbagliato un colpo.
Dicevano fosse pesante...Dicevano.
Io dico che come capita spesso solo il Tempo dirà se questa ottava pellicola sia degna di attenzione o meno. Io credo che al di là della storia e dell'importanza sia politica sia di genere questo film sia un ennesimo omaggio ad una gloriosa pagina di cinema e nello stesso tempo una gioia per chi ama la settima arte nonostante le atrocità propinate negli ultimi anni.
Quentin Tarantino potrà anche, forse, sparare un colpo a vuoto; ucciderà qualche fan, forse qualche critico. Qui ha fatto centro ancora una volta. E con uno stile cinematografico che non ha bisogno della lettera di Lincoln per deviare il fuoco. Qui non si fanno prigionieri. Qui si ferma la carovana. Qui il Mito continua aggiornando il suo meridiano di sangue.


mercoledì 16 dicembre 2015

Star Wars Il risveglio della forza?

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...

Lucas decise saggiamente di lasciare la propria creatura in mano ad altri invece che continuare a massacrarla con dedizione e cura spasmodica. Levata di scudi quando la Disney acquistò i diritti e mise il progetto in mano al nuovo re mida di Hollywood J.J.Abrahms, già rimodellatore con straordinari risultati del ciclo di Star Trek. Ma se con la serie tv di Roddenberry la sfida comportava fan incalliti ed appassionati di fantascienza in generale, qui l'asticella si alzava vertiginosamente andando a scalfire il Mito della celluloide per eccellenza. Tutto richiamava ad un'operazione sì commerciale ma garante di una continuità e di un recupero filologico della trilogia classica attraverso il cast di allora, sia attoriale che tecnico; avvalorato da un nuovo inizio, un ammodernamento degli effetti speciali ed una sceneggiatura capace di ridare linfa a personaggi completamente annichiliti dalla seconda impotente trilogia della saga. Con tanto di lancio planetario asfissiante tra patnership e stampa, ma con un trailer veramente riuscito per phatos, montaggio e mistero. Diventa interessante rivederlo subito dopo la visione del film stesso; dopo aver lasciato decantare due ore piene di un ritmo forsennato che premia generosamente il target del pubblico medio delle sale odierne. Quanto il primo era armonioso, suadente ed autoriale, tanto il secondo è ridondante, superficiale e terribilmente anonimo.
Dopo la trilogia classica dell'età adulta, segue quella infantile di fine anni 90, per arrivare all'odierna adolescienziale, perfetto blockbuster 2.0; ritmo senza pause in un 3D spettacolare dove i personaggi rimangono monodimensionali attraverso dialoghi asciutti e superficiali; messi in bocca al vecchio cast riescono a sbiadire figure colossali come Solo e Leila, nei personaggi nuovi non fanno altro che scadere nel citazionismo sfrenato, quasi mai nella ricerca di una propria dimensione. Questo Star Wars è lo specchio del cinema americano di oggi: intrattenimento al grado zero senza anima. Algido e nello stesso tempo rassicurante grazie al contributo Disney. In questo è bene sottolineare quanto sia paradossale che siano invece le pellicole di animazione, vedi Pixar, a ricercare la profondità di temi e personaggi. Una splendida occasione mancata per mio conto. Il cuore del problema oltre ad una sceneggiatura ricca ma non stratificata è la quasi totale assenza del Male nella sua forma più avvincente ( Dart Vader con solo il suo casco o il respiro) o in quella più banale e subdola( Palpatine e/o Maul). Qui con una forzatura nella storia ci presentano un molle rampollo dalla lunga chioma, carismatico come un Jovanotti qualunque. In un film che tiene comunque bene sul lato spettacolare anche senza scene madri indimenticabili, ci sono almeno due scivoloni degne del peggior Lucas. La
seconda purtroppo chiude l'opera prima dei titoli di coda.
Dov'è finito il Mito? La filosofia semplice ma profonda della Forza? La caratterizzazione potente dei personaggi della saga? Il piatto ricco purtroppo piange lacrime amare. Ma il grado zero dell'intrattenimento ha un prezzo molto alto da pagare. Non a caso negli ultimi anni i migliori prodotti di genere sono stati partoriti da registi non americani, uno per tutti "Gravity" di Cuaron. O ti chiami Nolan ( pessimo il suo Interstellar ma autoriale e scevro da logiche commerciali ferree) o Cameron che fa un polpettone poco originale come Avatar ma fotte tutti sul piano qualitativo visivo. Qui ci si riempie gli occhi di un nulla pericoloso e ripeto anonimo. Nelle sontuose scenografie peccano anche i combattimenti, soprattutto quelli corpo a corpo, come se la lezione orientale importata da Matrix in poi sia annullata in un misero balletto tra avversari da playstation virtuale. Troppe cose non funzionano e troppe poche rimangono negli occhi e nella memoria. Poco o nulla nel cuore.
Scrivere queste parole mi sconsola e le continue ferite del cinema avaro di questi ultimi anni mi rende sempre più feroce ed assetato, più malinconico e irascibile. Mi impaurisce il meccanismo celato dietro a queste macchine da guerra inarrestabili che macinano soldi e presenze appiattendo l'immaginario personale, o meglio livellandolo. Ma senza questi incrociatori interstellari il cinema oggi sarebbe morto, le sale deserte, la possibilità di una nuova speranza preclusa. Nel 1977 Lucas presentò una visione indipendente allora, figlia della sua epoca contestata ma viva, che liberò energie attraverso la rielaborazione del Mito incarnato in personaggi indimenticabili per spessore e potenza. Il nostro tempo sforna un'opera che riscrive quella storia nel peggior modo possibile; non guarda al futuro, ma ci inchioda vergognosamente al nostro presente più superficiale, incapace di rielaborare una memoria che scompare senza lasciar spazio all'approfondimento. Tutto scorre.

"Trovo insopportabile la tua mancanza di Fede"
                                                                                Darth Vader



martedì 17 novembre 2015

Roger Waters The Wall


Nelle cuffie gira "The wall" con tutta la sua forza immaginifica e psicotica. Non posso dire di essere un fan sfegatato dei Pink Floyd ma non si può essere indifferenti ad una delle band più significative del secolo scorso. Mi accingo quindi a vedere questo concerto documentario aspettandomi un grande show e poco più. Ma ecco che piacente o meno vengo colpito dalla presenza magnetica di Waters, dalle inquadrature glamour ma significative del suo viaggio verso Anzio alla ricerca del padre perduto, dalla potenza scenografica del concerto a Parigi. Un oggetto non identificato che ripropone il fascino di un album che invecchia con stile in una geometrica performance di rara ispirazione. Non solo per i fan del gruppo, ma per gli amanti della musica in generale o forse per chi cerca un altro modo di ascolto, uno spettacolo per gli occhi. Waters incide con il carisma, si avvale di professionisti di livello, abbaglia con effetti da capogiro utilizzando in perfetta simbiosi concretezza materiale e digitalizzazione delle emozioni. Il gioco esalta la visione cinematografica tra barocchismi visivi e pienezza audiofila di sconvolgente nitidezza; una battaglia tra metafore semplici ma vivide che esaltano un lp che ha cambiato la storia della musica contemporanea. Nei volti dei partecipanti al concerto lacrime, sorrisi, urli diventano smorfie di semplici individui davanti al Potere direttivo; eppure in quei visi si rispecchia l'umana emozione salvifica di fronte all'orrore, all'omologazione, al conformismo che abbraccia oggi la globalizzazione più sfrenata. Waters non vuole essere un novello Terzani anche se a tratti gioca con il fuoco, ma riesce a dare un senso al documentario sposandolo con la sua perdita prematura, ricordandoci che di fronte al muro  che ci sovrasta la memoria storica può salvarci o per lo meno aiutarci.
In un momento emotivo come questo conseguente alla carneficina di Parigi, Waters attraverso ad un muro personale che si sfalda abbatte un concetto, un ostacolo a misura d'uomo che richiama la possibilità di una speranza, al di là di credi o appartenenze. Il tutto non dimenticando l'affabulazione di uno show in stile americano, con regole ferree, studiate che forse lascia qualcosa all'emozione vera della musica nuda ma che si abbandona ad un esempio unico di ricchezza visiva. Per la testualità ed i rimandi poetici ci rimane l'ascolto in cuffia. Ma per un'esperienza fuori dall'ordinario il cinema regala a quest'opera una dimensione elegiaca di intensità monumentale; come l'assolo di chitarra elettrica che abbatte il muro interiore del protagonista Pink. Un momento emozionante che squarcia l'anima, più delle lacrime di Waters vere, ma un pò troppo calcolate in un loop che si chiude come si apre in tono circolare.


Child: "Look, Mummy. There's an aeroplane up in the sky."
Did you see the frightened ones
Did you hear the falling bombs
Did you ever wonder
Why we had to run for shelter
When the promise of a brave new world
Unfurled beneath a clean blue sky

Did you see the frightened ones
Did you bear the falling bombs
The flames are all long gone
But the pain lingers on
Goodbye blue sky
Goodbye blue sky
Goodbye

martedì 17 febbraio 2015

SHAUN - Vita da pecora

Schiacciata tra 50 Sfumature e Sanremo ecco il gioiellino che ci ricorda che c'è sempre speranza. Per alcuni solo animazione per bimbi, per il sottoscritto aria fresca, frizzante, folata sana capace di scardinare le finestre più serrate. Ciò che rende capolavoro la scena di "UP" della Pixar in minuti di muta emozione, qui diventa materiale per farne una pellicola intera. Certo l'apice non può competere con il riassunto di una storia d'amore di una vita o con il mimo burtonesco o forse alla Tati di Wall-e; ma se non si grida, si applaude per la forza della fantasia, dell'inventiva che rende una pellicola così piccola così grande ed unica. La Aardman è una filosofia di qualità e di intrattenimento da "Wallace & Gromit" in poi. In più, rispetto ai concorrenti spietati del mercato animato, ha l' artigianalità dalla sua parte; basti pensare al fascino di vedere con gli occhi movimenti creati da personaggi pazientemente plasmati in plastilina, poi mossi in stop-motion. Straordinario l'effetto, straordinario il lavoro. Oltre a riempire gli occhi, riempe il cuore. Lontani anni luce gli animali spigolosi della Dreamworks, altra cosa la Pixar prima maniera. Qui si respira aria di classicità senza malinconia; si tocca il presente, si spera in un futuro roseo. Una pecorella graziosa accompagnata da un cane fedele e da una cagnetta brutarella ma coraggiosa conquistano il cuore dello spettatore, senza mai cedere alla tentazione di addocchiare alle mode, alle citazioni, ai tormentoni che tanto avviliscono la cultura quotidiana. Sia lode a Shaun e al suo puro intrattenimento intelligente per tutte le età. In mezzo a tutti questi segnali di decadenza prodotti del genere vanno cantati, consigliati e coccolati. Siamo su una nave che sta affondando tra erotismo da quattro soldi e commedie senili, fiction edulcorate, festival di pseudocantanti. Siate vigili, nutritevi di stimoli e di ciò che li genera; come Shaun combattete in prima linea per preservare il vostro territorio, le vostre opinioni, le persone che vi amano, senza paure, senza servilismo. Abbasso i pinguini idioti, viva le pecore capaci di ribellarsi.
Meglio cento giorni da pecora!


giovedì 6 novembre 2014

INTERSTELLAR


 


Anni fa, sempre nella splendida cornice dell' Arcadia di Melzo, visionai quasi per caso "Armageddon". Peccato di gioventù, pruriginoso contrapasso per le nottate in bianco davanti a Fuoriorario. Bei tempi mi verrebbe oggi da dire.

Nel progresso tecnologico compiuto anche nelle sale italiane con l'agognata digitalizzazione fredda e lineare, una voce si erge solitaria come bastiancontrario. Il paladino ha il nome di Christhoper Nolan. E per l'occasione nell'arena famosa di Melzo oltre la proiezione in definizione 4K si presenta la pellicola nel formato straordinario del 70 mm. Aria di romanticismo per pochi eletti che credono ancora fermamente nella storia tecnica del cinema che fu, oltre che in un'esile ma esistente supremazia di colore e contrasto sullo schermo, a fronte di leggeri difetti di grana e piccole imprecisioni di fuoco. Il calore di una matrice chimica contro la perfetta freddezza di un segnale virtuale. Per i pochi appassionati una gara impari, per il grosso del pubblico un' inezia su cui soprassedere, o meglio, trascurare. Torniamo a noi, alla nuova opera top secret del genio del blockbuster moderno Nolan. Squilli di tromba, occhi sgranati, aspettattive moderate per un autore da sempre capace di giocare con la mente e lo sguardo dello spettatore attraverso le mirabolanti architteture sognanti di "Inception", le decadenti atmosfere di Gotham City, piuttosto che le labirintiche danze del montaggio asincrono di "Memento". Anche se per il sottoscritto il suo gioiello rimane l'omaggio spudorato, avvolgente, tagliente al Tesla di "The prestige". Chi non delude, chi osa senza paura, chi alza l'asticella continuamente può rischiare di cadere; e la caduta in casi del genere diventa boato, abisso. Sarebbe riduttivo affrontare "Interstellar" come un polpettone sci-fi pretenzioso, noioso e senza nè capo nè coda. E' molto di più. Oltre ad una storia sfilacciata, fiacca e senza minimo climax promette un viaggio che non si vede l'ora termini. Passino i buchi neri in sceneggiatura, i dialoghi risibili, il melodramma familiare senza tregua; ma quello che non riesco ad accettare è la mancanza del gusto dell'inquadratura. Nolan...pronto? Dove sei finito? Possono bastare alcune scene nello spazio siderale, qualche fotografia in panoramica per colmare la delusione? Certo che no. La montagna ha partorito un topolino. Guidati da una regia così imbolsita anche gli attori latitano, fanno quello che possono, alternati tra banalità da albi Harmony e disertazioni da fisica quantistica improponibili. Molti passaggi a vuoto conditi da silenzi assordanti o da parole peggio che gridate. L'ennesima delusione di un'annata che non decolla, forse di un ultimo quinquennio avaro di soddisfazioni artistiche, soprattutto dal versante statunitense.
Uscito dalla sala provato e zittito non porto con me neppure un'immagine negli occhi, nel cuore. Una pellicola che promette nell' incipit noioso e sconfusionato ciò che nel cammino diventa montagna, anzi onda anomala gigante.
Più volte citato viene voglia di rivedere "2001: Odissea nello spazio" per filosofeggiare sui viaggi spazio-temporali piuttosto che "Gravity" per lasciarsi cullare da immagini suadenti e meravigliose per fluttuare sognando nello spazio profondo. Qui siamo lontani anni luce da entrambi. L' odissea di True Matthew Dectetive si contorce su sè stessa senza un minimo di interesse per sè, nè per la povera Terra abitata da agricoltori tristi e malinconici. Colonna sonora minimal; Ligeti era di un'altra galassia ovviamente. Doppiaggio come quasi sempre inascoltabile, oltre che fastidioso per alcuni personaggi già di per sè mal caratterizzati. Matt Damon qui reduce da "Team America".
Indegna fine della proiezione in pellicola. Rivaluto in chiave trash il sacrificio eroico di Willis accompagnato dalle lacrime della figlia Tyler mentre il padre gorgheggia note di una delle seriali song degli Aerosmith. Grasse risate, ma almeno un'emozione cazzo.
Spazio...ultima frontiera.

martedì 30 settembre 2014

LUCY (Ovvero...prima vedevo ora ero cieco)

Besson Luc. Prima o poi dovevo rendere omaggio, o meglio, indagare su un cineasta con il sogno smisurato di americanizzare sempre il suo gusto europeo. Enfant prodige del cinema d'Oltralpe con gli adrenalinici inizi di "Nikita" e "Leon", suo capolavoro, perde nel tempo smalto e tocco per diventare produttore di successo con pellicole di azione e fantasy. S'ispira a Spielberg senza esserlo, cerca una terza via tra il gusto continentale e quello stelle a strisce con più successi che fiaschi; riesce in quello che crede, non delude i fans più incalliti, allontana quelli credenti in un percorso autoriale che si arena. In mezzo alle parentesi fantastiche de "Il quinto elemento" e "Arthur" trova la propria fortuna in eroine più o meno dure e pure, saltando da sicarie redente alla invasata figura nientemeno di Giovanna D'Arco, alla topolina Matilde del killer Leon, passando dal Nobel Saan Su Kyi, fino alla Johansson di quest'ultima incarnazione. Vede rosa e sfodera il meglio il nostro. Aiutato certo sempre da attrici di livello straordinario; Lucy senza il corpo ed il volto di Scarlet sarebbe molto meno suadente. Aggiungerei la voce...ma torniamo al dibattito acceso con il film di Jonze "Her"; una timbro, una sensualità, una recitazione. Siamo, o meglio forse avevamo, la migliore scuola di doppiaggio del mondo ma ci ritroviamo spesso a fare più danno che altro nel mondo della celluloide. Sulle serie tv poi meglio tacere. Appurato che il nostro Besson può non piacere ma bisogna riconoscergli palle e stile. E quando trova una musa torna a graffiare, anche se in un gioco forse eccessivamente usa e getta. La cinetica di questa sua ultima opera fin dalla durata perfetta della novantina di minuti scorre impavida e senza soste, ma anche con estrema facilità di dimenticanza. Eccelle nel videoclip, ma difetta nella costruzione d'arte dell'immagine stessa. In poche parole il Besson ritrova equilibrio formale ma si dimentica l'aggiunta autoriale. Come risultato meglio il bisfrattato da noi "Adèle e l'enigma del faraone", curato adattamento di una graphic novel di interesse indubbio. Qui l'adrenalina corre senza tregua ma alterna situazioni ben riuscite, buffe in alcuni casi come marchio di fabbrica ( Jeaunet certo gli fa le scarpe su questo territorio...), ad altre poco efficaci, per non dire banali se non risibili senza volontarietà. Una pellicola usa e getta per intenderci. Attrae per tematiche e messa in scena, intontisce per effetti visivi e sonori, mantiene in parte le promesse, ma poco dopo la visione si dimentica facilmente. Chapeau per il cattivo di turno, l'Oldboy coreano capace di caratterizzare il ruolo; scena cult il recupero della missiva con tanto di acrobazie fluide manovrate dal circuito neurale della bella Scarlet. Film furbo per un pubblico da fast food mentale. Furbo come il Besson sempre più produttore-regista, sempre meno autore; e se "The lady" è la sua idea di cinema d'essai meglio rivedersi il coraggio sfrontato di Milla/Jeanne D'Arc. Prendere o lasciare. A me sinceramente non spiace. Ma ha fatto il suo tempo; o meglio, ha scelto di essere burattino e non burattinaio. Peccato.



P.s. Omaggio alla genialità demenziale di Maccio Capatonda il trailer della pasticca al contrario...Besson aggiornati!

martedì 3 giugno 2014

MALEFICENT

"La gente fortunata, così è detto,
  incontra la fortuna pure a letto."

Così si conclude una delle più famose versioni antecedenti la fiaba poi divenuta definitiva come la conosciamo oggi di Perrault, ovvero "La bella addormentata nel bosco". Fonte di inesauribile interesse oltre che d'ispirazione il saggio sempre evergreen di Bruno Bettelheim dal titolo esauriente: "Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe". Doverosa la citazione per affrontare un 'opera cinematografica che rientra in un piano attuato dalla potenza Disney per ora purtroppo terribilmente fallimentare; il giochino è quello di prendere in ordine quasi cronologico i classici di animazione che hanno incantato milioni di generazioni trasformandoli con le tecnologie odierne in live-action spettacolari, rigorosamente nella confezione del 3D imperante. Antecedente "Alice in wonderland", forse il peggior titolo dell'intera carriera registica del promettente Burton, con un Depp al declino divistico, straordinariamente invadente in gigioneria ormai insostenibile. Sulla carta, come in altri famosi progetti della storia del cinema, l'autore giusto per poetica e sensibilità, partorisce infine un topolino anoressico e grigiastro. La pellicola vivendo sulla scia dello straordinario successo di "Avatar", uscito pochi mesi prima, beneficia della novità 3D incassando al botteghino una cifra esorbitante, dando purtroppo in là a una serie di film che paradossalmente invertiranno in un lampo la fortuna della nuova, vecchia in realtà, tecnologia. Lezione sia per i grandi studios sia per gli spettatori esigenti: non tutti si chiamano James Cameron e se si vuole fare i furbetti si accettino poi le conseguenze; il film di Burton ,come i seguenti in 3D, per sfruttare l'onda  era stato girato normalmente e poi gonfiato in stereoscopia con un semplice programmino del pc, generando un effetto posticcio e alquanto deludente dopo la foresta di Pandora che aveva riempito i sogni e gli occhi di tutti gli spettatori del mondo. Con ciò anche i migliori effetti speciali di questo mondo hanno pur sempre bisogno di una bella storia per brillare e trovare casa adatta; ricordiamoci che non sono fini a sè stessi, ma sono strumenti imprescindibili sì ma pur sempre solo strumenti. Se diventano l'elemento fondamentale come nei blockbuster hollywoodiani degli ultimi anni riempiono gli occhi, ma inaridiscono il cuore. Eccoci arrivare al dunque, alla cara Malefica che nella pellicola d'animazione del 1959 era l'incarnazione del Male assoluto, nonchè il personaggio cardine dell'intera fiaba omonima, nonostante le licenze che allora già la Disney si era presa. Qui con la splendida incarnazione della star Jolie promette faville e regala sbadigli. Demerito di una sceneggiatura debole e troppo lineare, di una regia poco ispirata e di personaggi veramente per nulla memorabili, anzi nel caso delle fatine a dir poco irritabili. Ora la domanda sorge spontanea...mancano sceneggiatori capaci o in realtà mancano spettatori preparati? Questi blockbuster sono lo specchio dei nostri tempi, e questi tempi richiedono prodotti preconfezionati, digeribili in fretta, spettacolari ma non riflessivi, per alimentare una bolla di vacuità elementare in un mondo di prodotto superficiale. Qualche sussulto ogni tanto arriva dal mondo dei superereoi con materiali più sofisticati, ma se si gioca nel campo delle famiglie meglio non rischiare; finiti i tempi magnifici della Pixar con capolavori che resteranno nella storia dell'animazione. Qui basta un pizzico di gotico, il physique du role della Jolie, una fiaba famosa anche se stravolta e il piatto è servito. Freddino. Peccato. Poco condimento. Sul piano filologico è una debacle per via della perdita costante del significato originale delle fonti, stravolgendole a proprio piacimento per darle in pasto ad un pubblico sempre meno attento e sempre meno bisognoso di approfondimenti, sballottato tra un prodotto e il seguente, a volte senza neppure il tempo materiale per riprendersi. Trailer, pubblicità alla radio, cartelloni in città, passaparola, figli che reclamano la visione senza se e senza ma. Ci hanno fatto diventare diabetici. La notte dei morti viventi. L'allegoria del mondo di oggi. Perdiamo la complessità, la ricchezza stratificata dei documenti orali, della scrittura prima delle immagini. La riflessione perde velocità nell'immediatezza della visione, troppe poche volte visionarietà. Le fiabe dei Grimm, spaventose e terrificanti alla radice, vengono snaturate e dimenticate; la morale odierna, perversa e superficialmente trionfante, cerca e trova redenzione nel Male relativo, dimenticandosi di rappresentare il Male assoluto, quello che invece il vecchio ordine esaltava senza giustificarlo per renderlo reale, tangibile. Per ricordarci che esiste e che va combattuto, debellato a costo di sacrifici e lotta continua. In questo la pellicola del 1959 è avanti anni luce a quella odierna; o forse è questa che è tornata ai secoli bui? In attesa del prossimo adattamento di "Cinderella" non posso fare altro che constatare che negli ultimi anni la vera libertà creativa si è sempre più spostata in tv, soprattutto nelle reti via cavo statunitensi. Basta per rimanere in tema citare la serie "C'era una volta", non un cult certo ma capace di presentare un lavoro dignitoso, rispettoso perchè rielaborato con passione e intelligenza. Nel passato della celluloide ripesco il flop di Scott "Legend", pasticcio al ralenti sì, ma quanta classe nell'inquadratura d'autore, mancante ai mestieranti odierni; o il piccolo capolavoro "Labyrinth", partorito da quel genietto di Henson, ancor oggi baluardo del fiabesco gotico dark. Le alternative a questo stillicidio da appiattimento culturale
ci sono ma vanno cercate con il lumicino nel passato e con il recupero consapevole degli strumenti adatti per capire e tramandare il significato delle favole. Meritiamo tutti di più da queste operazioni commerciali, bimbi compresi. Soprattutto oggi dove tutto l'entertaintment è un grande fratello globale. La Jolie lo sa e ha le sue buone colpe; ci fa credere che le streghe cattive non esistono o meglio non lo sono mai del tutto, perchè hanno una genesi. Invece mai come ora il Male è senza giustificazioni. Malefica perde le sue ali non per vendetta ma per distrazione. Rieduchiamoci ed educhiamo alla riflessione dietro alla visione, attraverso una critica sì morale ma anche analitica e passionale. Il mondo incantato non può essere svenduto in modo così banale e becero. Difendiamolo attraverso letture e visioni che lo alimentino e lo valorizzino sia come evasione sia come metafora della lotta tra luci e ombre del nostro mondo interiore. Om mani padme hum.





"Guai a chi costruisce il suo mondo da solo.
  Devi associarti a una consorteria
  di violinisti guerci, di furbi larifari,
  di nani del Veronese, di aiuole militari,
  di impiegati al catasto, di accòliti della Schickerìa.
  E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
  le gighe del marciume inorpellato,
  inchinarti dinanzi al volere del cielo.
  Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
  guai a chi resta solo come un re disperato
  fra i neri ceffi di lupi digrignanti."

  Angelo Maria Ripellino