Un sogno; un gioco; una riflessione; una boutade. Tutto questo, ancor di più o forse meno, è quest'opera così stramba, carica, imprendibile. L'autore dell'indimenticabile "Les amants du pont neuf" torna dopo svariati anni di esilio da sè stesso e dal mondo stereotipo con un oggetto non identificato degno del miglior universo immaginifico possibile. Un omaggio alla settima arte attraverso la storia di un uomo, attore, feticcio trasformista; prestato al gioco un Denis Levant monumentale, che si iscrive con perentorietà nel mondo surreale dei migliori sogni/incubi cinematografici di sempre. Un pizzico di Lynch meno visionario, uno scorcio di Cronenberg meno ficcante, una spolveratina di Resnais con un'indimenticabile Kylie Minogue come musa, un gusto unico e sfuggente per un viaggio faticoso ma imprescindibile, indimenticabile, verso l'inconscio del nostro piacere filmico. Con il gusto provocatorio di Von Trier spogliato della sua immediata, trasparente polemica, la pellicola viaggia sotto pelle crescendo di fotogramma in fotogramma fino ad un finale che alimenta dubbi, lascia esterefatti, delude senza lasciare l'amaro in bocca, esalta la genialità del cinema come arte dell'impossibile, del possibile mascherato come finzione aberrante ma credibile sullo schermo traforato.giovedì 24 aprile 2014
HOLY MOTORS
Un sogno; un gioco; una riflessione; una boutade. Tutto questo, ancor di più o forse meno, è quest'opera così stramba, carica, imprendibile. L'autore dell'indimenticabile "Les amants du pont neuf" torna dopo svariati anni di esilio da sè stesso e dal mondo stereotipo con un oggetto non identificato degno del miglior universo immaginifico possibile. Un omaggio alla settima arte attraverso la storia di un uomo, attore, feticcio trasformista; prestato al gioco un Denis Levant monumentale, che si iscrive con perentorietà nel mondo surreale dei migliori sogni/incubi cinematografici di sempre. Un pizzico di Lynch meno visionario, uno scorcio di Cronenberg meno ficcante, una spolveratina di Resnais con un'indimenticabile Kylie Minogue come musa, un gusto unico e sfuggente per un viaggio faticoso ma imprescindibile, indimenticabile, verso l'inconscio del nostro piacere filmico. Con il gusto provocatorio di Von Trier spogliato della sua immediata, trasparente polemica, la pellicola viaggia sotto pelle crescendo di fotogramma in fotogramma fino ad un finale che alimenta dubbi, lascia esterefatti, delude senza lasciare l'amaro in bocca, esalta la genialità del cinema come arte dell'impossibile, del possibile mascherato come finzione aberrante ma credibile sullo schermo traforato.
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bravo Lurenz!
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