giovedì 13 febbraio 2014

ALI' HA GLI OCCHI AZZURRI

Sulle note di Gigi D'Alessio la giovane coppia mista formata da Nadir, immigrato islamico di seconda generazione, e della sua fidanzatina romana sembra trovare un lieto fine che un finale aperto rinvia, o forse allontana per sempre. Alì ha gli occhi neri come la profonda appartenenza del suo popolo alle radici della sua religione; attraverso le lenti a contatto azzurre tenta, cerca un'integrazione gettando un ponte tra due culture, stili di vita che dapprima abbraccia, poi riflette. La periferia romana pennellata attraverso comprimari realistici che comunicano un vissuto vero, vuoto, dirompente nella violenza che caratterizza quasi ogni gesto quotidiano. Rifuggono la mestizia della famiglia egiziana del ragazzo e le parentesi affettuose tra adolescenti in cerca di una via di fuga da un futuro scritto, pericoloso, asettico. I ragazzi emulano i meccanismi perversi degli adulti tra discriminazioni, gerarchie, violenze taciute. Un'opera stratificata che fotografa una realtà in divenire, una regia solida, senza sbavature, che accompagna i suoi personaggi verso la ricerca di una felicità forse illusoria. Un piccolo saggio sociologico che dovrebbe essere proiettato nelle scuole. Un piccolo grande film che ha il merito di fare riflettere e porre domande su ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. La continua ed incessante ricerca di una verità nascosta in ognuno di noi; le famiglie che impongono, anche solo dolcemente, e non comprendono. Amano i loro figli ma non riescono a mettersi in linea con i tempi; questi tempi sempre più bui, complessi e aridi di speranze per il genere umano. Abbiamo tutti gli occhi neri, ma cerchiamo in ogni dove di averli azzurri per sfuggire ai nostri destini.

A Jean-Paul Sartre, che mi ha raccontato
la storia di Alì dagli Occhi Azzurri 
............................Era nel mondo un figlio 
............................e un giorno andò in Calabria:
............................era estate, ed erano 
............................vuote le casupole, 
............................nuove, a pandizucchero, 
............................da fiabe di fate color 
............................della fame. Vuote.
Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi 
senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne. 
Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio
............................scuoteva paglia nera 
............................come nei sogni profetici: 
............................e la luna color della fame 
............................coltivava terreni 
............................che mai l’estate amò. 
............................Ed era nei tempi del figlio 
............................che questo amore poteva 
............................cominciare, e non cominciò. 
............................Il figlio aveva degli occhi 
............................di paglia bruciata, occhi 
............................senza paura, e vide tutto 
............................ciò che era male: nulla 
............................sapeva dell’agricoltura, 
............................delle riforme, della lotta 
............................sindacale, degli Enti Benefattori, 
............................lui - ma aveva quegli occhi.
 
..........................
.


 Ogni oscuro contadino
............................aveva abbandonato
............................quelle sue casupole nuove 
............................come porcili senza porci, 
............................su radure color della fame, 
............................sotto montagnole rotonde 
............................in vista dello Jonio profetico. 
............................Tre millenni passarono
non tre secoli, non tre anni, e si sentiva di nuovo nell’aria malarica 
l’attesa dei coloni greci. Ah, per quanto ancora, operaio di Milano, 
lotterai solo per il salario? Non lo vedi come questi qui ti venerano?
............................Quasi come un padrone. 
............................Ti porterebbero su 
............................dalla loro antica regione, 
............................frutti e animali, i loro 
............................feticci oscuri, a deporli 
............................con l’orgoglio del rito 
............................nelle tue stanzette novecento, 
............................tra frigorifero e televisione, 
............................attratti dalla tua divinità, 
............................Tu, delle Commissioni Interne, 
............................tu della CGIL, Divinità alleata, 
............................nel sicuro sole del Nord.
............................Nella loro Terra di razze 
............................diverse, la luna coltiva 
............................una campagna che tu 
............................gli hai procurata inutilmente. 
............................Nella loro Terra di Bestie 
............................Famigliari, la luna 
............................è maestra d’anime che tu
hai modernizzato inutilmente. Ah, ma il figlio sa: la grazia del sapere
è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa
e tu ascolta ciò che per grazia il figlio sa. Se egli poi non sorride 
............................è perchè la speranza per lui
............................non fu luce ma razionalità. 
............................E la luce del sentimento 
............................dell’Africa, che d’improvviso 
............................spazza le Calabrie, sia un segno 
............................senza significato, valevole 
............................per i tempi futuri! Ecco:
............................tu smetterai di lottare 
............................per il salario e armerai 
............................la mano dei Calabresi.
............................Alì dagli Occhi Azzurri 
............................uno dei tanti figli di figli, 
............................scenderà da Algeri, su navi 
............................a vela e a remi. Saranno 
............................con lui migliaia di uomini 
............................coi corpicini e gli occhi 
............................di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini, 
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua. 
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
............................Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, 
............................a milioni, vestiti di stracci 
............................asiatici, e di camicie americane. 
............................Subito i Calabresi diranno, 
............................come da malandrini a malandrini:
............................«Ecco i vecchi fratelli, 
............................coi figli e il pane e formaggio!»
............................Da Crotone o Palmi saliranno 
............................a Napoli, e da lì a Barcellona, 
............................a Salonicco e a Marsiglia, 
............................nelle Città della Malavita. 
............................Anime e angeli, topi e pidocchi, 
............................col germe della Storia Antica 
............................voleranno davanti alle willaye.
............................Essi sempre umili 
............................Essi sempre deboli 
............................essi sempre timidi 
............................essi sempre infimi 
............................essi sempre colpevoli 
............................essi sempre sudditi 
............................essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare, 
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi 
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
............................essi che si costruirono 
............................leggi fuori dalla legge, 
............................essi che si adattarono 
............................a un mondo sotto il mondo 
............................essi che credettero 
............................in un Dio servo di Dio, 
............................essi che cantavano 
............................ai massacri dei re, 
............................essi che ballavano 
............................alle guerre borghesi, 
............................essi che pregavano 
............................alle lotte operaie...
............................… deponendo l’onestà 
............................delle religioni contadine, 
............................dimenticando l’onore 
............................della malavita, 
............................tradendo il candore 
............................dei popoli barbari, 
............................dietro ai loro Alì
dagli Occhi Azzurri - usciranno da sotto la terra per uccidere – 
usciranno dal fondo del mare per aggredire - scenderanno 
dall’alto del cielo per derubare - e prima di giungere a Parigi
............................per insegnare la gioia di vivere, 
............................prima di giungere a Londra 
............................per insegnare a essere liberi, 
............................prima di giungere a New York, 
............................per insegnare come si è fratelli
............................- distruggeranno Roma 
............................e sulle sue rovine 
............................deporranno il germe 
............................della Storia Antica. 
............................Poi col Papa e ogni sacramento 
............................andranno su come zingari 
............................verso nord-ovest
............................con le bandiere rosse 
............................di Trotzky al vento...
.
Avvertenza (p: 515)
Fatti e personaggi di questo libro sono puramente immaginari ecc. ecc. Qualsiasi riferimento a fatti e personaggi reali è puramente casuale ecc. ecc.
[…]
Ringrazio anche Ninetto Davoli, per i suoi contributi linguistici involontari e soprattutto per la sua allegria: 
Ed ecco che entra nella platea un ossesso, con gli occhi dolci 
e ridarelli, 
vestito come i Beatles. 
Mentre grandi pensieri e grandi azioni 
sono implicati nel rapporto di questi ricchi con lo spettacolo, 
fatto anche per lui, egli col suo dito magro di cavallino delle giostre, 
scrive il suo nome «Ninetto», 
nel velluto dello schienale (sotto una piccola nuca orecchiuta 
contenente le norme del comportamento e l’idea della borghesia libera).
Ninetto è un messaggero, 
e vincendo (con un riso di zucchero 
che gli sfolgora da tutto l’essere, come in un mussulmano o un indù) 
la timidezza, 
si presenta come in un areopago 
a parlare dei Persiani.
 
I Persiani, dice, si ammassano alle frontiere.
Ma milioni e milioni di essi sono già pacificamente. immigrati, 
sono qui, al capolinea del 12, del 13, del 409, dei tranvetti 
della Stefer. Che bei Persiani!
Dio li ha appena sbozzati, in gioventù, 
come i mussulmani o gli indù:
hanno i lineamenti corti degli animali,
gli zigomi duri, i nasetti schiacciati o all’insù, 
le ciglia lunghe lunghe, i capelli riccetti.
 

Il loro capo si chiama:
Alì dagli Occhi Azzurri.
(1965)

lunedì 3 febbraio 2014

PHILIP SEYMOUR HOFFMAN

Ci sono partenze che colpiscono, lasciano l'amaro in bocca ed altre che lasciano indifferenti, quasi cinici in un mondo globale come il nostro dove tutto assume un'importanza enfatica in pochi secondi per lasciare presto il posto ad una nuova notizia più sconvolgente o semplicemente più importante. La morte di questo prezioso interprete rende tristi parte dei cinefili più sensibili perchè ci priva egoisticamente di una presenza fisica attoriale senza pari negli ultimi anni. Una carriera oculata, sapiente, rigorosa che anche in alcune scelte assai discutibili ha ripagato l'occhio dello spettatore attento, sorvolando sulla pellicola poco riuscita. Mi viene in mente come esempio quello zenit trash di "Flawless" con un Bob De Niro ormai decadente e sempre più maschera digrignante del suo mito offuscato. Anche lì, tra un mostro sacro in declino ed un folle regista autore di opere votate alla misera mediocrità, il nostro risplendeva di luce propria portando a casa come si dice la pagnotta. Normale che le vette fossero raggiunte in compagnia di autori capaci di affidargli ruoli memorabili a partire dal goffo insegnante nella "25 ora" di Spike Lee, passando dal rigido e oscuro fratello nell' "Onora il padre e la madre" di Lumet, fino ad arrivare all'acclamato tour de force dell'ultimo "The master". In mezzo il delicato e sensibile infermiere interpretato in "Magnolia", prova di assoluta misura e dolcezza, controcanto al nervosismo scattante del Cruise figlio sessista. Senza dimenticare la metamorfosi strabiliante che lo ha portato a vincere l'Oscar per il ruolo di una vita per "Capote". Difficile immaginarselo a lottare con il demone della droga, sempre misurato e docile nelle interviste, nelle uscite pubbliche e in quella stazza così poco radical-chic da essere amato dai più, da essere ricordato da tutti senza magari saperne il nome un pò complesso. Un attore completo, un caratterista capace di cambiare il vento dei sentimenti anche in piccoli camei; un artista che mancherà a chi ama il cinema di qualità. Manteniamo vivo il suo ricordo, il suo prezioso lavoro ammirandone l'intensità e la coinvolgente passione attraverso le performance eccezionali che ci ha regalato. Addio Philip Seymour Hoffman e grazie di cuore.

"Non m'importa cosa dice la gente di me, finchè non è vero."
Truman Capote


giovedì 7 novembre 2013

SOLE A CATINELLE

Checco Zalone e Piero Valsecchi si candidano a diventare i nuovi De Laurentis e Christian De Sica del cinema comico italiano, avviandosi a macinare un nuovo record al botteghino nostrano. Onore a chi dopo aver creato una maschera commediante riesce ad incanalare la voglia di ridere di milioni di persone che vogliono rifugiarsi nel leggero per non vivere il presente di crisi di ogni tipo. Un duopolio che funziona, che ha affinato le armi dal felice esordio di "Cado dalle nubi" e dal seguente "Che bella giornata". La nuova fatica del mattatore di Zelig delle scorse stagioni non delude il suo popolo, avendo il buongusto di presentare una storiella diversa dalle precedenti, condita dall'ironia solita del cabarettista pugliese. Cinema d'intrattenimento che si colloca ben al di sopra dei vari cinepanettoni natalizi, peraltro in imbarazzante involuzione con la manfrina stile fiction primaserata del politically correct. Certo è che imbarazza vedere polverizzare ogni record possibile di incasso da pellicole così tanto leggere, mentre il Cinema attuale fatica a rimanere a galla tra crisi di settore, di idee, di rinnovamento. Si vive questo paradosso dove Zalone salva la nostra cinematografia sfittica, diventando paladino soprattutto degli esercenti, mentre il resto delle produzioni nazionali ed internazionali, tolti i colossi d'animazione americana, annaspa in un oceano di indifferenza. Personalmente Zalone non mi smuove, anche se alcune battute, o meglio, sketch sono obiettivamente esilaranti, ma trovo così triste questa transumanza di gente verso il buio della sala per un prodotto così poco cinematografico. In un mercato sano sarebbe bello vedere il trionfo odierno intervallato da buoni incassi di film quale gli ultimi di Virzì o Papaleo, mentre ci toccano i vari Brizzi e Bruno, per non citare Moccia. Che la cultura in Italia sia in declino da decenni ne siamo tutti consapevoli, che la tv e la politica ne siano i primi colpevoli anche, ma pure noi con le nostre scelte possiamo fermare o meno un ecatombe continua. Quindi niente di male a farsi due risate con Checco in sala con amici o familiari, ma ricordiamoci di alimentare le nostre zucche manipolate con stimoli freschi e perchè noi un pò più impegnativi. Concludo pensando che personalmente non andrei mai a vedere un film del genere al cinema...sono una pecora nera? A voi l'ardua sentenza. Guardate tranquillamente Zalone, non vi giudico, ma tornati a casa rispolverate Monicelli o se preferite Risi, tanto per non dimenticarci di quanto eravamo avanti; poi guardate le commedie di oggi e per cortesia riflettete. Sti cazzi!!

giovedì 3 ottobre 2013

GRAVITY 3D

 


"Non è nello spazio che devo cercare la mia dignità, ma nell'ordine dei miei pensieri. Non avrei alcuna superiorità possedendo terre. Nello spazio, l'universo mi comprende e m'inghiotte come un punto; nel pensiero, io lo comprendo."
Blaise Pascal, Pensieri, 1670 (postumo)


Sia lode ad Alfonso Cuaròn, autore messicano capace di regalare l'unico capitolo interessante della saga del maghetto noiosetto ( " Harry Potter e il prigioniero di Azkaban" ) ed un gioiellino come " I figli degli uomini", fantascienza socialpolitica con vena poetica. Ed ora firma il suo capolavoro, non a caso a sette anni di distanza dalla precedente opera; il tempo giusto per elaborare una sceneggiatura del figlio, asciugarla, equilibrarla fino a farla immagine viva in uno schermo raramente così immenso. Un lavoro certosino che premia lo spettatore con dettagli stupefacenti, ancor più sorprendente attraverso la tecnologia 3D utilizzata ultimamente quasi esclusivamente a fini prettamente commerciali. Qui è parte integrante della narrazione, diventando veicolo emotivo non indifferente, nella filosofia pionieristica intrapresa dalla solitaria genialità di Cameron e Jackson. Un' opera ambiziosa che immerge lo spettatore in un caleindoscopio di immagini travolgenti, curate ed innovative tanto da poter funzionare come cinema delle origini, senza parole, muto o fantasiosamente con un accompagnamento musicale dal vivo in sala. Ma il regista, sottolineo Autore e non semplice mestierante, fa del suono e della sua assenza complici leali per una decisa immersione dei sensi tutti in un'atmosfera così vicina e nello stesso tempo atavica. Un tripudio emotivo calcolato da un fine stratega che colpisce per forza visionaria ed impatto coinvolgente. Un'opera destinata a segnare questi anni bui, orfani di blockbuster degni di uscire da un polveroso anonimato; una pellicola costata "solo" 80 milioni di dollari che mantiene le promesse, superandole eccellentemente grazie ad un equilibrio formale miracoloso che include passione per la narrazione, amore per l'immaginario sconfinato ed esaltazione di un'umanità che trova sempre la forza di sopravvivere. L'androgina protagonista ricorda in parte la Ripley di "Alien", trovando nella disgrazia la lotta per rinascere sulle sue ceneri; una fenice che sola nel cosmo ritrova sè stessa. Nella sua lacrima che ci viene incontro colpendo lo schermo, c'è tutta la poetica di questo immenso regista che nascosto dallo star system tradizionale traccia una parabola cinematografica sempre più matura ed interessante. Nel ranocchio che nuota verso la superficie tutta l'energia di una vita che risorge, salvando un'idea di cinema che ancora acquista senso in piccoli, grandi miracoli come questo. Quando un genere diventa arte. Quando l'arte colpisce gli occhi e il cuore. Quando si pensa di avere visto già tutto. Bentornato Alfonso. Grazie per avermi dato la possibilità di perdermi nel vasto spazio insieme alla tua eroina; a volte vorrei spegnere anche io gli ausiliari per abbandonarmi al pieno silenzio. Ma il vuoto assordante non vale un solo istante della piena vita di un uomo insignificante come me. E la lotta continua per vedere una nuova alba da spettatore privilegiato.





giovedì 19 settembre 2013

RUSH

Chi non si ricorda di Richie Cunningham? Veri happy days... Il nostro poi diventa regista, parte in sordina ma acquista pregio e mezzi non partorendo una maestria originale ma difendendosi dietro ad un classicismo senza particolari fronzoli. Il meglio arriva dalle storie vere, già di per sè veicoli di forti emozioni; ecco quindi "A beautiful mind", "Cinderella man" e "Apollo 13" non in ordine prettamente cronologico. Il nostro amico lentigginoso porta a casa il risultato con regie solide, senza sbavature ma anche senza particolari graffi o sorprese. Poi il disastro Dan Brown con un dittico indecente che aizza gli ignoranti cinefili di tutto il mondo dietro ad un thriller soprannaturale risibile e ad una pellicola a giro di ruota. Ed eccoci a commentare il decadere di un simpatico giovanotto ormai stempiato che cerca passione e gloria in una storia sportiva straordinaria, trovando polvere e macchie d'olio sul difficile tragitto. Altro che piste battute da pioggia sferzante o roboanti incidenti che gelano il sangue agli spettatori. Qui si assiste impotenti a scene con un dinamismo sì veloce ma inutile, fino a scivolare in caratterizzazioni splendidamente banali, in primis quella italiana con tanto di Favino doppiato fuori sincro e tifosi della Ferrari provinciali in stato di demenza avanzata. Credo fermamente che questo cinema americano sia il peggio oggi sulla piazza, perchè appiattisce creando macchiette caricaturali di grandi personaggi carismatici con un uso sistematico di montaggi alternati sostanzialmente idioti, livellando in basso l'aspettativa del pubblico medio. Da manuale la scena in cui Lauda subisce i vari interventi mentre incredibilmente ad ognuno di esso corrisponde la messa in onda di un gran premio in cui l'avversario vince recuperando terreno... Materia per una bella fiction targata mediaset o rai. Favino c'è già, per cui si può già risparmiare in casa. O la scena patetica già citata del Lauda in giro per le campagne italiane; robe che girate da noiartri registi italiani sarebbero tacciate di bassa manovalanza da serie Z.



Ma Richie rimane il nostro amico dei bei tempi e per questo gli si può perdonare tutto; con una faccia così d'altronde solo un sorriso ti può strappare.

La pellicola sportiva è di per sè ardua dato che rispecchia in partenza un'emozione già viva alla fonte; replicarla è impossibile, renderla materia inerte è un dono che Howord accarezza e doma. Una materia incandescente trattata con l'estintore ben aperto che tramuta le ferite sul volto, ma soprattutto nello spirito, dell'austriaco in un insolazione di tarda estate. Ridateci "Driven" con il ghigno deformato di Stallone che in un sol boccone mangia la carota del coniglietto Lauda. E ricordiamoci Ron insieme a Fonzie e alla sua splendida famiglia sognante; altri tempi ormai lontani che meglio lasciare ai ricordi.

venerdì 23 agosto 2013

THE CONJURING - L'EVOCAZIONE

L' horror è un genere a sè e a non tutti garba. Personalmente nutro un rapporto ambivalente di fronte a pellicole che a volte mi annoiano profondamente ed altre, rare a dire il vero, mi fanno drizzare i peli dalla paura. Come è giusto negli ultimi anni ci sono stati sia ritorni alle origini sia sperimentalismi arditi ma qui non approfondisco il tema sia per mancanza di preparazione a riguardo sia per evitare l'effetto polpettone. Affrontando di petto il tema delle "presenze" demoniache nella storia del cinema non posso fare altro che adorare ancora a trent'anni di distanza quel capolavoro di tensione ed ansia che Friedkin riuscì a regalare con "L'esorcista"; ad ogni nuova visione mi stupisco, con l'atmosfera adatta, di quanto rimango impaurito nonostante sappia già cosa accada nella scena seguente. Mi chiedo il perchè ed arrivo sempre alla stessa conclusione che esulando dal genere è il cuore stesso della settima arte, dove l'horror forse ne è l'espressione più genuina; la storia sì è importante ma il cinema vive di immagini e queste prolificano e si sedimentano nella nostra mente attraverso un lavoro di attesa, montaggio e tempismo. L'arte del regista cambia inesorabilmente una storia esaltandola o sminuendola a seconda di innumerevoli fattori. Rimane il fatto che quando storia e sguardo coincidono si creano le condizioni adatte a prodotti di valore. Altro sublime esempio è "Shining" di Kubrick, ma sappiamo tutti che con il Maestro dei maestri il mattino aveva l'oro in bocca.
Tra prodotti derivativi e tradizionali, tra gore splatter dimenticabili e torture porn opinabili ecco che arriva Wan. Firma in avvio di carriera quella che diventerà una saga infinita e fastidiosa come "Saw", ma che nel capostipite trova una forza visiva e un meccanismo violento ed ossessivo che ipnotizza e sconvolge. Vira poi al cinema d'orrore più tradizionale ovvero quello delle presenze piuttosto che quello carnale con un'opera interessante e stimolante come "Insidious", dove non ci sono grandi novità sul piano narrativo ma efficace e personale è l'uso del mezzo e il meccanismo emozionale è ben oliato. Fino ad arrivare a "The Conjuring", caso al botteghino in madrepatria e conferma del talento dell'abile regista nel creare suspence attraverso canovacci non originali ma mai banali. Difficile rimanere inerti di fronte a situazioni di possessione sataniche che sfruttano al meglio la paura atavica dell'essere umano per un aldilà infestato da presenze ed energie negative, contrarie. Una pellicola da godere in sala ma forse ancor più da affrontare in una fredda notte d'inverno in solitaria, ricordandosi di essere consapevoli di ogni minimo dettaglio nell'ombra degli specchi piuttosto che nel sibilo dell'aria nelle porte socchiuse. Di fronte a blockbuster sempre più fracassoni e ad horror sempre più sanguinolenti, Wan risponde con la paura più classica ed abusata, ma con risultati non di poco conto. Ho avuto paura e non me ne vergogno e stanotte ho avuto gli incubi. Raggiunto l'obbiettivo? Direi di sì,al di là di un' estetica ben precisa e di una storia coinvolgente. Il ragazzo ha stoffa e si spera non si perda come i suoi protagonisti di fronte all'orrore che gli attanaglia; una speranza, un filo sottile per ritornare alla vita esiste sempre. Contro ogni male, contro ogni possessione. "L'esorcista" continua a vivere in mezzo a noi...



giovedì 11 luglio 2013

PACIFIC RIM


Pim! Pum! Pam!

Perchè Del Toro è uno di noi? Perchè fa film che vorrebbe vedere con l'entusiasmo e la passione del nerd medio ma con maestria e tecnica ineceppibile. Qui prende l'amore per gli anime giapponesi e le citazioni sfrenate ai robot stile Goldrake piuttosto che il cult Evangelion facendone un frullato godibile e frizzante. Puro cinema di serie B realizzato con mezzi da serie A. Un'impresa folle che corre sul filo di lana per riuscire miracolosamente a trovare un equilibrio in una sceneggiatura generosa ma nello stesso tempo attenta a non sbrodolare; citazionistica nei vuoti raccordi di storie già viste ma originale nel taglio visivo e nel tocco personale del regista. Un giocattolo straordinario che in un colpo solo cancella i vari Transformers riducendoli a noiosi ed obsoleti macchinari da antiquariato virtuale; perchè Del Toro ci ricorda sempre che l'umanità è sovrana del proprio destino. Cinema di occhi infantili e di pancia che sa meravigliare e convincere, smarcandosi ancora una volta dalla piatta egemonia fantastica della Hollywood più becera, quindi noiosa. L'effetto speciale nella poetica del visionario messicano è sempre funzionale alla storia, indi per cui valore aggiunto. Similare al neozelandese Jackson per motivazioni, stimoli e fortuna critica si smarca in questa fase della carriera per aver rinunciato al "Lo hobbit" per intraprendere la realizzazione di questo piccolo gioiello d'intrattenimento. Siamo dalle parti del suo splendido "The golden army" per chi ha orecchie per intendere. E per il sottoscritto nel frullato sopracitato vi è un pizzico inatteso del migliore Jeaunet, una manciata di Cronenberg e un pugnetto pieno del maestro Honda. Uno dei migliori omaggi al cinema fantastico
giapponese e alle sue creature bizzare arriva da un messicano che si candida a rimanere uno dei pochi registi borderline in circolazione. Motivo in più per rimpiangere la sua visione delle avventure di Bilbo che mai vedremo. Guillermo rules! E lo fa senza venire a compromessi con lo star system. Chapeu! La fantasia al potere.